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Yul Brynner: da star a “cometa”

Scritto da il 10 Ottobre 2020

Soundtrack da ascoltare durante la lettura: “Starman” – David Bowie

Quanto a lungo vive una stella? Nell’universo di Hollywood la durata di una star è variabile. Può essere un lampo di magnesio che dura un attimo, un lampo di luce; può essere immortale, quasi, come un bel sole. Poi ci sono le meteore che passano e prima che facciamo in tempo a goderne, evaporano. Ci sono corpi un po’ più complessi che attraversano la volta anche piuttosto lentamente, le code lucenti, e noi stiamo lì con il naso all’insù, ammirati, per quanto sono belle. Sono le comete. Yul Brynner è una cometa. Attraversa il cinema classico di Hollywood e splende, lasciando una scia che purtroppo è destinata a svanire. Oggi è il giorno della sua scomparsa, nel 1985.

Ma è pur sempre una star. E splende per davvero. E come ogni buona stella la sua origine è avvolta in una misteriosa nebula. La lapide reca la nascita nel 1920, cento anni fa, nella lontana Siberia. Date e origini sono confuse anche per il figlio Rock, scrittore e suo biografo. Figlio di padre russo di origini ebraiche, Yul all’anagrafe è Julij Borisovic Bryner, e madre di etnia russa-rom, tzigana. Un tratto nomade che fa parte del codice genetico di Yul Brynner. In giovinezza lo troviamo in Cina, poi a suonare la chitarra nei locali russi di Parigi. Lo ritroviamo in America in un circo e a studiare recitazione con Michail Cechov, altro grande russo emigrato. Dopo aver preso la cittadinanza statunitense, si arruola come interprete di francese nella Seconda guerra mondiale. Fatto che gli varrà in seguito come giustificazione per essere nato russo in pieno maccartismo americano.

Infatti, gli anni ’50 sono l’epoca dorata nella carriera di Yul Brynner. A Broadway trionfa Il re ed io che gli vale un Tony Award (l’Oscar del teatro). È il 1956, e i produttori Charles Brackett e Darryl Zanuck decidono di acquisire i diritti della piéce per un film, che affidano al regista Walter Lang. Lui vuole sia Yul Brynner che Deborah Kerr per interpretare i propri ruoli anche nell’adattamento cinematografico. La carriera di Yul Brynner è lanciata nel firmamento. Nello stesso anno interpreta magistralmente il faraone Ramesse II accanto al Mosè Charlton Heston, ne I dieci comandamenti e il generale Bounine in Anastasia, accanto a Ingrid Bergman. Praticamente agli Academy Awards del ’57 il suo volto è ovunque. Infatti, vince l’Oscar quell’anno, ritirato dalle mani di Anna Magnani.

Ma non solo per calcolo delle probabilità

È veramente bravo. I concorrenti al miglior attore protagonista di quell’anno erano James Dean, Rock Hudson, Kirk Douglas e Lawrence Olivier! Non era solo un sex symbol dallo sguardo penetrante, dalla rivoluzionaria, per quegli anni, rasatura a zero che diventa presto “alla Yul Brynner”, dal fisico atletico e scolpito forgiato da anni da trapezista al circo. Sapeva alternare ruoli leggeri e più drammatici (interpreta Dimitri, in Karamazov del 1958), dimostrandosi allo stesso livello di “grandi” compagni di set. Una sicurezza personale e un modo di porsi che si rivela un’arma a doppio taglio, in seguito.

L’apice della sua carriera si ha nel 1960, con I magnifici sette. Accanto a lui, personalità del calibro di Steve McQueen, Charles Bronson, Eli Wallach. Il film è un trionfo per due motivi. Il talento degli attori, e la sceneggiatura che, per quanto traslata nel contesto western americano, riprende para para scene e situazioni de I sette samurai di Akira Kurosawa, di cui il film è un remake.

Il 1960 segna apice e inizio del declino dell’attore per gli stessi motivi che ne hanno favorito l’ascesa. La fisicità e il carisma scenico lo portano a ricoprire sempre di più lo stesso tipo di ruoli. Il cinema americano è un’industria, che perciò segue le leggi del mercato. Inevitabilmente la moda cambia e sembra non ci sia più spazio per il kolossal storico-biblico, o il western (con tante eccezioni). Il destino di attori come Yul Brynner è o riciclarsi o soccombere all’oblio. Yul Brynner per un po’ si fa valere, recitando a fianco di Marlon Brando in I morituri, del 1965 (profezia del destino riservato e entrambi per un bel pezzo dallo Star System hollywoodiano?), ma poi china il capo recitando in Il mondo dei robot, 1973 – in cui recita la parte di un pistolero-automa quasi privo di battute, in pratica I magnifici sette – versione Robocop.

Sarebbe stato necessario tacere su questo. Ma ho troppe poche parole per descrivere l’ennesimo tentativo di Hollywood di sfruttare una star, facendolo tornare a vestire i panni di un personaggio esaurito vent’anni prima. È dello stesso anno, infatti, Anna ed io, versione serie tv del film con cui ha vinto l’Oscar.

Yul Brynner si spegne a New York, il 10 ottobre 1985. Lo stesso giorno, lo stesso anno di Orson Welles. Lo stesso universo, due modi di affrontarlo.


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