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Oltre la mascherina – intervista a un’infermiera

Scritto da il 1 Dicembre 2020

Soundtrack consigliata durante la lettura: “Tempi difficli – Lorenzo Monguzzi”.

Sono tempi difficili, quelli che stiamo vivendo.

La pandemia di Sars Cov-2 imperversa in tutto il mondo, mettendo a dura prova non soltanto i cittadini, i lavoratori, gli artisti, ma soprattutto coloro che, con il virus, combattono ogni giorno.

Medici, infermieri, ausiliari, operatori sanitari, sono sempre al centro di grandissime polemiche mediatiche. Passano da eroi a dittatori con una facilità sconcertante. Sono proprio loro, insieme alle vittime del virus, i soldati schierati in prima linea in questa guerra aperta.

Le parole di un’infermiera che lavora nel Pronto Soccorso di un ospedale Covid di Roma, che ha volutamente chiesto di restare anonima, diventano quindi una testimonianza importante del periodo che stiamo attraversando. Non soltanto per fare chiarezza, ma anche per ricordarci che, dietro i camici, le tute e le mascherine, ci sono individui sensibili, persone comuni il cui lavoro è indispensabile alla salute di ognuno.

Parlaci di te

Mi chiamo Viviana e sono un’infermiera, un infermiera laureata da poco meno di due anni. Lavoro in pronto soccorso e fuori c’è una pandemia. Che poi, detta così, suona tanto come “fuori c’è una tempesta”, e pensandoci non è poi così sbagliata come similitudine.
La mia testa è vuota e piena al contempo: un caos silenzioso fatto di fili indistricabili. Da quando un amico mi ha insegnato a vederli così non riesco a visualizzare in modo diverso i pensieri: come dei gomitoli di diversi colori, intrecciati. Quando c’è da fare chiarezza si prende un filo per volta, un pensiero per volta, e si fa ordine. Ci sono sempre riuscita, ma stavolta no. I pensieri restano lì, annodati, non c’è un inizio e non c’è una fine“.

Cosa provi quando entri in reparto?

La cosa peggiore, mi sento di dire, è quando in sala c’è silenzio: capita spesso, di recente, di sentire solo il rumore dei monitor. Non sono abituata al silenzio, o meglio, mi piace il silenzio, ma in momenti diversi. C’è tantissimo nel silenzio e a volte parla più di una buona conversazione. Nel silenzio in ospedale invece c’è la paura, c’è la concentrazione, la stanchezza. Nel silenzio in ospedale c’è il dubbio, ma soprattutto c’è l’attenzione“.

Qual è la tua percezione del virus?

Nella sala Covid il virus si vede quasi a occhio nudo. Lo vediamo passare da una mano all’altra, da una mano a una barella a una mano. Lo vediamo nell’aria che respiriamo, filtrata dalle mascherine; e allora nel silenzio c’è il dubbio. “Ho cambiato i guanti, sanificato i primi guanti, messo i doppi guanti? Ho toccato la mascherina, ho qualcosa di scoperto, addosso? Sono vestita bene?”. Non sono banalità per un’infermiera.
Nella notte i monitor continuano a suonare, il mondo dentro l’ospedale continua a vivere. L’attenzione continua a essere altissima, anche quando gli occhi iniziano ad appesantirsi.
E continua anche a viaggiare questo silenzio carico di pensieri, di attenzioni, di domande.
Le ore passano, a volte lentissime.
A volte sembra di vivere in un racconto distopico. Le tute fanno sudare, le visiere si appannano. I respiri sono pesanti. Ogni movimento è rallentato, reso difficile.

E quando sembra ci sia uno spiraglio di tranquillità ci si guarda tra di noi.
C’è chi è in sala ancora vestito, chi si sta spogliando, chi è seduto un attimo in cucina a bere un caffè. Ci si sorride e a volte basta quello a riprendere forza: rompere per un attimo quel silenzio. Le nuvole allora sembrano un pò meno minacciose. Forse tornerà davvero il sole, e cambieremo questo silenzio. Sì, saremo noi a cambiarlo. Fino ad allora mi troverete qui, a cercare un raggio di sole nel pieno della tempesta
“.

Molti vi accusano di essere dittatori, altri di non fare altro che selfie per attirare l’attenzione. Cosa rispondi a queste affermazioni?

Così come non vogliamo essere chiamati Eroi, non siamo neanche dittatori. Siamo semplicemente professionisti. Se a volte pubblichiamo delle foto lo facciamo per raccontare la realtà che viviamo, per sensibilizzarvi, per far capire cosa c’è dentro all’occhio del ciclone. Per voi è una mascherina, per noi una tuta integrale. Non è un titolo sui giornali o una parola al bar: è la nostra realtà, la viviamo ogni giorno, la vediamo turno dopo turno farsi sempre più viva, presente, preoccupante.

Le foto me le faccio anche io. Ne ho fatte due, una con tuta integrale e una con il camice e gli altri dispositivi di protezione individuale, ovviamente prima di entrare nelle stanze dei positivi. L’ho fatto perchè mio nonno – che ho visto da poco e solo dopo aver ricevuto l’esito negativo del mio tampone – mi dice che non dorme la notte e a tenerlo sveglio è la preoccupazione nei miei riguardi. “Stai attenta, sei un’infermiera” mi dice sempre: così ho voluto fargli vedere che la mia attenzione è sempre al massimo quando sono a lavoro perchè questa situazione non ci concede il lusso di poter sbagliare.

Viviana – Infermiera in reparto

Il valore di una fotografia

Di foto, ripeto, ne ho fatte due. Ultimamente leggo spesso queste affermazioni, la rabbia delle persone riversata su noi – personale sanitario n.d.r. – nonostante tutto ciò che facciamo ogni giorno, anzi giorno dopo giorno da marzo. Io sono arrivata da poco in ospedale, non ho visto la prima ondata con i miei occhi. Ma la seconda si. L’ho vista arrivare piano piano, ho visto il numero di positivi aumentare, l’attenzione dei miei colleghi salire, arrivare ogni giorno in Pronto Soccorso con il sorriso e andarsene stravolti. Prima di scagliarvi contro di noi, magari leggete, leggeteci. Guardatele, quelle foto, perchè dietro alle tute, alle mascherine e agli altri dispositivi ci sono esseri umani come voi. Persone stanche che, vi assicuro, non vedono l’ora di assistere alla fine di questa tempesta“.

Un ultimo pensiero?

“Ti lascio con questa poesia che ho scritto durante la prima ondata di contagi. Non lavoravo in ospedale, facevo assistenze domiciliari a pazienti immunodepressi. Per proteggerli mi sono dovuta isolare completamente, ho mandato via mia figlia, allontanato la mia famiglia. Non potevo fare la spesa o scendere a fare due passi. Uscivo solo per andare a lavoro. Anche in quel periodo la cosa più straziante è stato il silenzio“.

Sento il vuoto attorno,
si è fermato il mondo.
Né voci, né suoni:
l’alba non ha spettatori.
Guarda, nel buio avanza
Una fioca luce che danza.
Ma canta il Caos in silenzio,
ed è amaro quanto l’assenzio.
Ma forse tornerà il sole
E troveremo le parole.
Quando il giorno arriva
La vita scorre passiva
Né voci, né suoni:
primavera non ha spettatori.
Ma una fioca luce danza:
una fragile speranza.
Ma canta il Caos in silenzio
Ed è amaro quanto l’assenzio
Ma presto tornerà il sole
E con lui le parole.

Viviana, infermiera

Grazie di cuore a Viviana, infermiera, musicista, poetessa.



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