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UNA VITA DA TALK – Capitolo 1: “I dettagli giusti”

Scritto da il 19 Febbraio 2021

La voce calda e profonda del direttore rimbombava nell’aula del Liceo Kennedy adibita a luogo d’incontro con gli stagisti. In quel momento stava introducendo le nuove leve al mondo della radio, quindi a cosa voleva dire “fare radio”, spiegando come tutte le parti che la compongano devono lavorare a stretto contatto. Nella mente degli stagisti turbinavano le metafore più disparate in risposta a ciò. Una ragazza dai capelli castani seduta in prima fila aveva pensato agli ingranaggi di una macchina, e delle conseguenze che potevano sorgere in seguito al malfunzionamento di uno di essi. Al contrario, un ragazzo dalla faccia da bombardiere e i baffi da sparviero non si era potuto trattenere dal paragonare la radio alla rigidità dell’esercito, in cui la diserzione di un solo soldato poteva mandare a monte un’intera operazione. Quest’ultimo non sarebbe stato preso, ma lui non lo sapeva ancora, come non lo sapevano gli altri quattro che sarebbero stati scartati in favore dei rimanenti tre, futuri nuovi speaker di Voicebookradio. Un’altra cosa di cui non erano al corrente era la capacità di Giulio, il direttore, di leggere le persone semplicemente guardandole, o ascoltandole parlare per pochi secondi. Un superpotere che aveva sviluppato nei numerosi anni passati in un lavoro in cui l’abilità di inquadrare le persone alla prima occhiata costituiva un vincente sistema di difesa evolutivo. Ma Giulio aveva un altro grande potere: quello della parola. Come sotto l’effetto di un incantesimo, al gente non poteva fare a meno di sentirlo parlare. Come speaker radiofonico bisognava essere in grado di tenere le persone attente, col fiato sospeso in attesa della prossima frase che avresti proferito. Questo il direttore riusciva a farlo unendo un tono serio ad un altro scherzoso, usando metafore, raccontando aneddoti e mandando qualche frecciatina contro gli Stati Uniti e la LUISS. Due degli stagisti venivano da quest’ultima, ma si esentarono dal farlo sapere. Non sarebbero comunque stati presi.

Un ragazzo schivo in particolare, seduto in fondo, ascoltava estasiato i discorsi, immaginando un futuro che lo vedeva al microfono, magari con una sua rubrica personale da condurre. Un interesse che non sembrava sposarsi con la sua innaturale timidezza. “È importante che uno speaker abbia almeno una cinquantina di avverbi pronti in tasca e un centinaio di sinonimi pronti nel taschino della camicia: non vi potete permettere di ripetere le stesse parole” aveva detto verso l’inizio Giulio. “Io di sinonimi ne conosco tre o quattro al massimo” aveva inconsciamente pensato di rimando lo stagista. Il grosso del discorso però sarebbe arrivato di lì a poco, quando ai presenti venne detto che Voicebookradio stava per diventare una radio nazionale. Le scuole volevano lavorare con la web radio e coloro assegnati ai lavori passavano le giornate al telefono con i docenti addetti ad attività di alternanza degli istituti interessati, che chiamavano da ogni parte d’Italia. Giulio non aveva portato all’attenzione ciò per un mero vanto. Era un modo per far intendere a quelle reclute che c’era da lavorare, che il tempo di ridere e scherzare si doveva ridurre almeno dell’80%, con un conseguente aumento del 110% per quanto riguardava la professionalità. A sentire ciò, i volti degli stagisti vennero colti da spasmi quasi impercettibili, che a seconda dei casi potevano denotare una voglia di mettersi in gioco come anche un terrore ancestrale sorto dalle profondità degli abissi più neri. La pausa fatta da Giulio subito dopo aver lanciato la notizia non era un caso: serviva proprio per leggere quei volti così leggermente distorti. Serviva per capire chi aveva la stoffa per andare avanti.

La riunione, durata ormai tre ore, era giunta al termine. Dopo qualche timido saluto gli stagisti uscirono in processione dalla porta, chi intento a guardare il telefono, chi con lo sguardo sicuro di aver fatto una buona impressione e chi, costretto a pagare un debito con il suo tabagismo, girava una sigaretta, dato che quelle preconfezionate erano ormai andate fuori moda. Per ultimo lo stagista timido, quello che pensava di avere un vocabolario ridotto, che venne però fermato prontamente dal direttore. “Quanti anni hai Riccardo?”. Il tono di voce era gioviale, quasi paterno, quello che aveva adottato per tutta la riunione. “Ventiquattro”. Aveva subito abbassato lo sguardo dopo aver proferito parola, non essendo abituato a guardare le persone negli occhi. Sul volto di Giulio si stampò un leggero sorriso: “In gamba Riccardo”. Lo stagista ricambiò il sorriso e si diresse verso l’uscita, cuffie nelle orecchie e “Frosinone” di Calcutta che gli rimbombava nella mente, speranzoso che quel breve scambio di battute potesse significare un futuro all’interno della radio.


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