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UNA VITA DA TALK: Capitolo 3 parte 3: “Nel ventre della balena”

Scritto da il 16 Aprile 2021

Luca e Claudio avevano le facce di chi si prepara per un lungo viaggio. L’obiettivo era semplice: recuperare dei cavi in una stanza del Liceo Kennedy. Entrambi però sapevano, forse inconsciamente, che sarebbe stata più dura di così. Il liceo Kennedy nascondeva stanze, segreti, che alle volte potevano farlo rassomigliare alla tana di un vecchio mago pazzo. I due lasciarono l’ambiente ormai familiare degli studi radiofonici dirigendosi verso l’aula magna, per la radio una sala conferenze, che collegava la radio alla scuola. Percorsero tutta l’aula fino all’uscita in fondo, che affacciava verso i distributori automatici della scuola: fin qui, tutto territorio conosciuto. A sinistra delle macchinette le scale, ultima frontiera, passaggio infernale verso l’ignoto. “Terzo piano, la seconda stanza a sinistra” si era raccomandato Alessandro, il capo tribù della grande tribù dei Tecnici. I due salirono la prima rampa di scale, sbucando su un corridoio che la luce si rifiutava di illuminare. Luca accese la torcia del cellulare e come una vecchia guida di montagna percorse quel sentiero buio, da cui si affacciavano bagni e sgabuzzini, in cerca delle scale per il secondo piano.

“Gli architetti delle scuole sono tutti un po’ pazzi”

Frase ad effetto di Claudio, non richiesta.

“Non c’è niente di più losco di una scuola”

Un’altra

“Cos’è, una citazione?”

“In realtà sì”

Una smorfia di curiosità si disegnò sul volto del portatore della fiaccola

“E di chi?”

Claudio si indicò la zona del basso ventre con un gesto volgare, accompagnato da un fischio. Un insieme di significati di matrice romana, ma ormai riconosciuti ed utilizzati in tutta la penisola, dalla costa adriatica agli Appennini, dalle Alpi fin sotto le pendici dell’Etna.

Luca non fece caso allo scherzo e a smorzare l’imbarazzo di esserci cascato la visione della seconda rampa di scale.

Al secondo piano la luce si era degnata di presentarsi, ma con natura maligna e indecisa. Luca spense la torcia del telefono (che poi mi si scarica!) e i due si inoltrarono guidati dalla luce a intermittenza. Stanze su stanze si succedevano, come prima, ma l’illuminazione a scatti le rendeva ancora più tetre. Claudio, invaso dal senso di esplorazione tipico dei pionieri, si inoltrò in una delle stanze.

“Ah Clà, ma che cazzo fai?”

Anche lui entrò nella stanza, un’aula di scuola con i soliti diagrammi di cartone appesi, il frutto del lavoro svogliato degli alunni. Claudio si era soffermato sul solito cartellone con i pianeti.

“Luchè rapido: pianeta preferito?”

Luca si premurò di far sentire uno sbuffo di dissenso, prima di rispondere.

“La Terra”

“Banale, scontato e si sa che in una domanda del genere la Terra non conta. Grazie al ca… che uno sceglie il pianeta che ospita la vita”

“Figurati, sempre meglio di quelli che ti dicono “Saturno perché c’ha gli anelli”, ma chi se ne frega degli anelli”

I due uscirono dall’aula e si diressero in fondo al corridoio dove, presumevano, ci sarebbero state le scale. I tipici rumori d’assestamento dell’edificio li suggestionarono un pochino, complice anche l’inquietante illuminazione. Arrivati in fondo, la sorpresa fu doppia. Due rampe di scale, a sinistra e a destra. Claudio propose di dividersi.

“Ma scusa – lo interruppe Luca – porteranno entrambe al terzo piano no?”

Intuizione saggia, i due si divisero le rampe di scale per ritrovarsi al terzo piano. Illuminato normalmente questa volta, ma più che altro perché le finestre non erano sporche a tal punto da bloccare la luce del sole. Claudio cominciò a fischiettare un motivetto, quello di Mannish Boy di Muddy Waters, che Luca riconobbe subito. Era fastidioso, ma la canzone gli piaceva, motivo per cui non chiese al compare di smetterla.

Eccola, seconda stanza a sinistra. Dopo un viaggio che era sembrato secolare, i due si inoltrarono nella stanza. Aria viziata, odore di muffa e polvere, da scantinato. Claudio accese la luce e ciò che si ritrovarono davanti era uno stanzone riempito di strumenti musicali e cavi di vario tipo. Per Luca sembrava il paradiso: chitarre, bassi, una batteria e strumenti meno comuni come tromboni e armoniche. Tutto ricoperto dalla polvere, ma ciò non fermò il tecnico dal mettere mano su quell’armamentario. La missione sembrava dimenticata, tanto che solo Claudio si era messo a cercare il cavo. E adesso stava chiamando Alessandro per farsi dire esattamente dove fosse. Luca però si perse in quel mondo di strumenti. Prese una chitarra e cominciò a strimpellare, quando la voce di Claudio arrivò più fastidiosa che mai, non per il tono, ma per averlo interrotto in un momento del genere.

“Ho trovato il cavo, andiamo”

“Ma perché non troviamo il modo di usare tutti questi strumenti in radio?”

“Ma in che senso? Come?”

“Non lo so, ma d’altronde la radio è musica, un modo ci sarà”

 

 


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