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UNA VITA DA TALK – Capitolo 2 parte 3: “Un punto di svolta”

Scritto da il 19 Marzo 2021

Marta osservava dalla soglia della porta, aperta, la tribù dei tecnici al lavoro nello studio tre, quello delle registrazioni. Era rimasta quasi ipnotizzata dalla loro capacità di muoversi con sicurezza in un ambiente che lei conosceva a malapena. Da dietro fece capolino il cowboy, che con voce da documentarista del National Geographic si lanciò in una delle sue molteplici cazzate:

“Potete qui osservare il maschio del tecnico nel suo habitat naturale…”

Emiliano, uno dei tecnici, ringhiò nella loro direzione:

“Rega, dovete andarvene, stiamo lavorando”

“… sebbene non aggressivo, il tecnico è estremamente territoriale…”

Luca, un altro dei tecnici, poco interessato a seguire le vicende, chiuse loro la porta in faccia.

“… questa volta ci è andata bene”

“Hai finito?” chiese Marta, spazientita e divertita allo stesso tempo.

Uscirono entrambi a fumare. La Sala Fumatori era vuota, come sempre verso le undici, fatta eccezione per uno degli stagisti speaker e un altro paio di redattori. Qualche chiacchera di circostanza, nulla più. Uno dei redattori si voleva accertare che Marta fosse la redattrice del programma che andava in onda tra un’ora, l’altro si lamentava, più con sé stesso che con gli altri, di quanti gabbiani ci fossero a Via della Lungara.

“Peggio dei piccioni…” aveva detto, per rafforzare la sua tesi.

Lo stagista speaker si avvicinò da Marta per chiederle su che articolo stesse lavorando. Domanda che Marta aveva ormai imparato a sopportare, nonostante il suo imbarazzo, tipico della maggior parte degli scrittori, nel parlare della propria opera. A Marta non piaceva solo scrivere articoli, ma anche racconti, nonostante ultimamente, a causa del morbo, le cose erano andate un po’ a rilento. Le parole stampate sulla felpa di Lello le ritornavano però alla mente sempre più spesso: Just Do It. E in effetti così era stato. Da quella volta aveva cominciato a prendersi meno distrazioni, e non prima di aver scritto almeno cinque righe. Si era guardata attorno, rendendosi così conto della realtà di cui faceva parte, realtà di cui lei era uno dei tanti tasselli, fondamentale per la riuscita di un progetto come quello che voicebookradio stava inseguendo in quel momento.

“Lo sto scrivendo sui Judas Priest, vuoi leggere un pezzo?”

Vuoi leggere un pezzo? E cos’era tutta questa carità? Tutta questa sicurezza in sé stessa che la portava a far leggere un’opera non ancora finita e soprattutto in sua presenza?

“Si certo”

Lo stagista entrò, Marta, prima di seguirlo si inclinò di circa trenta gradi verso il cowboy, per chiedergli sottovoce se si ricordasse il nome dello stagista.

“Guglielmo mi pare” bisbigliò cowboy. Aveva mentito di proposito.

Dirigendosi verso la postazione dei computer, quel miglio verde che separava il luogo in cui lei lavorava dall’ora d’aria della Sala Fumatori, Marta aprì il discorso con un: “Guglielmo giusto?”

“Ehm no, Riccardo” aveva risposto lo stagista imbarazzato.

Marta mandò discretamente a quel paese il cowboy, che guardava divertito dall’entrata, con un segretissimo dito medio puntato nella sua direzione, mentre cercava di scusarsi con Riccardo. Dopo una serie di rassicurazioni, i due andarono al computer: Marta seduta sulla sedia e Riccardo in piedi. Quella disposizione non piaceva molto alla redattrice. Nella posizione in cui Riccardo si trovava le sembrava un rapace appollaiato su un trespolo, pronto ad attaccare la preda, anche se la faccia innocente dello stagista denotava un’indole timida e riservata. Cosa questa che la tranquillizzò un poco. Era forse questo il motivo per cui aveva chiesto a lui di controllare l’articolo. Lo conosceva a malapena, e poteva benissimo chiedere aiuto a qualcuno di più esperto, ma non se la sentiva. Riccardo andava benissimo.

“Premetto che è una bozza…” Marta metteva le mani avanti, scaramantica come un tifoso prima del derby.

“Si non ti preoccupare, tanto non è che li conosca così tanto…”

A sentire quelle parole, Marta decise prima di far sentire una loro canzone a Riccardo, “You’ve Got Another Thing Comin’”. Gli diede le cuffie e osservò le espressioni che si succedevano sul volto dello speaker mentre ascoltava il brano. Espressioni che andavano dalla totale neutralità allo stupore una volta arrivato all’assolo, così potente da uscire dalla gabbia delle cuffie. Fatto ciò, gli fece leggere quello che aveva scritto, una ventina di righe. Gli occhi di Riccardo seguivano le parole sullo schermo, quelli di Marta seguivano a tratti Riccardo e a tratti il suo cellulare. Non gli aveva scritto nessuno, ma era un buon modo per perdere tempo durante l’attesa del giudizio.

“Figo, quando hai finito mandamelo che me lo finisco di leggere. Mi hai fatto quasi venire voglia di ascoltarmi questo gruppo”

Ecco la sentenza. Giudice e giuria si erano espressi a favore, e il boia gli aveva donato così la clemenza. Quelle parole attivarono un meccanismo all’interno di Marta, portandola non solo a voler finire il pezzo, ma anche a scriverne altri.

“Per niente male questo Riccardo” pensò sorridendo, mettendosi subito al lavoro per finire il pezzo. Si sentiva già meno oppressa dalla malattia. Che per una completa guarigione non servisse anche il confronto con altre persone? Vincere quello stupido imbarazzo e lasciarsi andare, venire a sapere che una delle sue creazioni era piaciuta.


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