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UNA VITA DA TALK – Capitolo 2 parte 2: “Pensare fuori dagli schermi”

Scritto da il 12 Marzo 2021

Le dita si muovevano pigre sulla tastiera, come stessero andando verso un odiosissimo esame, quasi a cercare di prendere tempo tra un battito sui tasti e l’altro.

Marta controllava il conteggio dei caratteri alla fine di ogni nuova parola scritta. Particolarmente entusiasta dopo aver scritto “incredibilmente”, si accorse però di aver usato cinque avverbi nella stessa frase e fu costretta a cancellarne uno. Erano più lontani che mai i 5.000 caratteri da raggiungere.

Con la scusa di fare ricerca per l’articolo si andò a cercare su internet “non riesco a scrivere cosa fare”, tra le pagine che promettevano risultati miracolosi grazie a dei corsi di scrittura dai prezzi improponibili, altre che invece sembravano fare ricorso a sostanze sulle quali era meglio non indagare oltre, Marta non trovò la cura per il suo male.

Dopo quelli che erano sembrati anni, ma erano stati poco più di dieci minuti, decise di prendersi una pausa. Il mondo fuori dallo schermo sembrava un po’ sfocato, gli occhi stanchi ci misero un po’ a riabituarsi. Solo in quel momento si accorse che dietro di lei a guardarla c’era Godard.

“Madonna, Sara! Mi hai fatto prendere un colpo!”, Marta si alzò di scatto per andare verso la Sala Fumatori, dietro di lei Godard: “Mi chiami Sara solo quando sei veramente arrabbiata, lo sai?”, la risposta poco elegante di Marta venne per fortuna coperta dal rumore della porta che si chiudeva.

“Non so davvero più che inventarmi”, disse come se fosse la prima volta che formulava questo pensiero. Il Cowboy la ascoltava insolitamente serio, sembrava scorrere il suo arsenale di battute pronte per sparare quella giusta, per non ferirla, ma non era lui a doverlo evitare. Marta doveva smettere di ferire se stessa.

Nel frattempo si era già radunato il cerchio di fumatori incalliti: chi chiedeva un accendino, chi una cartina, chi l’ora per sapere se aveva tempo per una sigaretta. Tra questi c’era Giulio: “Non è più possibile fare i cazzoni, dovete imparare a lavorare sul serio, dovete capire se volete impegnarvi davvero o se venite qui solo a perdere tempo.”

Marta lanciò la sigaretta nel posacenere dopo a malapena due tiri, corse dentro come se le parole di Giulio la stessero inseguendo.

Di nuovo lo schermo, di nuovo le dita pigre sulla tastiera, di nuovo il conteggio dei caratteri. Andò sulla scheda dove faceva ricerca e spese una quantità di tempo imperdonabile solo per ricordarsi come si chiamava Wikipedia.

Stavolta la frustrazione prevalse: chiuse tutto, chiuse gli occhi e lasciò andare in modalità random una playlist qualsiasi. Le note gentili di I wish I was degli Avett Brothers riempirono quel poco spazio tra le cuffiette.

Riaprì gli occhi e Lello, uno dei tecnici, era girato di spalle poco lontano proprio dietro lo schermo. Sulla sua felpa nera si leggeva “Just do it.”, che di per sé non lasciò particolarmente impressionata Marta.

Guardando bene nello schermo però la sua frase appena iniziata veniva completata perfettamente dalla schiena di Lello in prospettiva: “Quando tutto il resto non funziona – Just do it.”.

Rise di sé e della sciocchezza di tutta la situazione, accusando la stanchezza per averla trovata così divertente. Qualcosa restò incastrato tra i suoi pensieri: non era all’interno dello schermo che doveva cercare la cura per il suo morbo, ma tra le cose che le succedevano intorno.

I discorsi sul diventare la radio nazionale delle scuole, il doversi impegnare più di quanto mai fatto finora,  le consegne che iniziavano a farsi sempre più frequenti.

Tutto questo le aveva fatto dubitare delle sue capacità di reggere il passo. Non era il foglio bianco a essere una malattia, è il dubbio di potercela fare a esserlo. Era arrivato il momento di diventare ciò che si è, come diceva un filosofo di cui dimenticava sempre il nome.

Marta chiuse il portatile, dopo essersi girata un’altra sigaretta tornò nella Sala Fumatori, il solito ingresso, e questa volta fuori trovò soltanto Carlotta, persa nei suoi pensieri. “Tu cosa fai quando hai paura di fare qualcosa di grande?”, le chiese. Carlotta la guardò, si prese qualche istante per soppesare chi faceva la domanda, più che per trovare una risposta: “Nessuno tra le persone che vedi qui è un eletto, siamo qui perché vogliamo comunicare. Non pensare che sia qualcosa di grande o piccolo. Pensa soltanto: tu ti senti pronta a comunicare quello che senti?”. Passò un momento in cui Marta rimase in silenzio e non si sentiva più nulla, Carlotta accennò un sorriso prima di tornare dentro.

Non succedeva spesso in radio di restare soli a pensare. Evidentemente qualcosa la fece sorridere, perché quando Godard la raggiunse le chiese: “Che hai da sorridere tanto?”.


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