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Un nuovo argomento in favore della biodiversità

Scritto da il 18 Ottobre 2019

Durante la lettura si consiglia l’ascolto di: “What A Wonderful World – Louis Armstrong”

Biodiversità: un termine altisonante, di quelli che riempiono la bocca già per il solo fatto di essere usati sempre di meno nel linguaggio comune, visto quanto nella realtà ogni aspetto della vita, della produzione di beni, dell’irripetibilità di ogni sfumatura che colora il nostro pianeta si sta appiattendo sempre di più verso un grigio uniforme.
Appena due giorni fa è stato il World Food Day, l’iniziativa promossa dal FAO, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, che da tempo si prefigge di promuovere la riscoperta di una sana alimentazione e, come vien da sé, un modo più genuino per noi e per l’ambiente di produrre il nostro nutrimento.

La parola chiave per perseguire un simile obiettivo è la stessa che apre questo articolo: biodiversità. Come più voci fuori dal coro continuano a sostenere, starebbe proprio nella conservazione dell’incredibilmente articolata varietà di specie animali, vegetali, minerali e climatiche di cui è costituita ogni singola area del nostro pianeta il segreto per assicurare i servizi ecosistemici essenziali, primi tra tutti l’impollinazione e la lotta ai parassiti, dunque una migliore produttività delle colture nel rispetto dell’ambiente. Ed un recente studio, pubblicato su Science Advances e portato avanti da più di un centinaio di studiosi in tutto il mondo, ha dimostrato in chiave scientifica proprio questo concetto, come la resa del raccolto sia di gran lunga superiore in ambienti dove viene mantenuto un alto livello di biodiversità delle specie.

Lo studio si è basato sull’osservazione di come due diversi servizi ecosistemici – vale a dire su quella serie di processi che vengono regolati dalla natura e che hanno effetti benefici anche sugli esseri umani (le già citate impollinazione e lotta ai parassiti) – si manifestavano su più di 1500 campi coltivati sparsi in tutto il mondo, dall’India alla Svezia.

Come ipotizzato, mentre nei paesaggi più eterogenei si è registrata un’elevata resa delle colture, in quelli poco diversificati, come negli ampi appezzamenti di terreno messi a monocoltura, si è calcolata una perdita del numero degli impollinatori di circa un terzo del totale e, di conseguenza, un aumento delle specie parassitarie e una diminuzione dei raccolti. Insomma, i dati estrapolati da questo macro studio forniscono un’ulteriore riprova della veridicità di quanto denunciato dal FAO durante lo scorso World Food Day, un aspetto sul quale noi tutti dovremmo soffermarci:

L’intensa produzione alimentare e i cambiamenti climatici stanno causando la rapida scomparsa della biodiversità. Oggi solo nove specie di piante rappresentano il 66% della produzione totale, nonostante il fatto che nel corso della storia ne siano state coltivate oltre 6.000 per fini alimentari. Diversificare le coltivazioni è fondamentale per garantire diete sane e tutelare l’ambiente.


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