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“They don’t care about us” è il brano del 2020

Scritto da il 9 Novembre 2020

Soundtrack da ascoltare durante la lettura:”They don’t care about us” – Micheal Jackson

Venerdì con Valentina a Five Play Rock n’ Roll abbiamo ascoltato They Don’t Care About Us, uno dei brani di protesta più famosi del leggendario re del Pop. È una canzone che per molti versi è diventata il simbolo del 2020. video ufficiale.

“I have a dream”, un ideale che non c’è più

Il testo è schietto, crudo, e denuncia il menefreghismo di una società che ogni giorno svilisce gli ideali su cui nasce. Tanta rabbia traspare dalla voce di Jackson. Una rabbia che emerge sempre quando si tratta di mostrare, senza mezzi termini, le ingiustizie di un mondo che professa di promuovere pace ed uguaglianza, ma che, al tempo stesso, prospera sull’esatto opposto. 

Il cantante non ci gira troppo attorno. Del resto, quando si tratta di denunciare la repressione sistematica nei confronti di chi è diverso, non serve. Appena trent’anni prima Martin Luther King proclama il suo sogno di vedere l’uguaglianza fra tutti gli uomini e la fine del razzismo ora e per sempre. Non si può aver paura di differenze estetiche e culturali. Qualsiasi cosa possano dire politici carichi d’odio in cerca di un capro espiatorio è falsa. L’unico motivo che potrebbe portare al disprezzo verso la diversità è la pura ignoranza.

Michael Jackson si chiede dove sia finito l’ I have a dream che prometteva un mondo migliore. Probabilmente se lo chiederebbe ancora oggi.

Due video che fanno ancora parlare

Parlare negli anni 90 in modo così aperto della brutalità della polizia e del razzismo sistematico in America e nel mondo era sicuramente rischioso. È un argomento che ha trovato la sua voce mediatica solo in questo momento e con questa canzone. Ma mostrare la miseria della disuguaglianza lo era ancora di più. 

I due video ufficiali di Spike Lee sono illuminanti. Il primo sovrappone scene di Michael Jackson in prigione a scene di violenza reali nei confronti degli afroamericani: venne censurato dalle emittenti televisive perché giudicato troppo controverso. Il secondo venne girato in una favela brasiliana, ma non fu meno problematico. Il governo si oppose alle registrazioni perché temeva potesse portare una cattiva pubblicità al paese alla luce della candidatura ai giochi olimpici di Rio e accusarono il cantante di sfruttare i poveri. In tribunale diedero ragione alla volontà di Jackson di sottolineare i problemi della regione. Accusarono anzi il governo d’essere imbarazzato dai suoi errori: la povertà non era colpa del cantate.

La fortuna di una favela

“They don’t care about us” divenne la voce del Brasile. I residenti di Santa Marta furono entusiasti dell’arrivo del Re del pop, disegnarono poster e lo accolsero con un’esplosione di tamburi della Olodum, che appare anche nel video ufficiale.

Sandra Gomez de Barros, una delle abitanti intervistate, disse:”Penso che la sua venuta sia grandiosa. È come ricevere un regalo di compleanno”. Viveva in una casa abbandonata con il figlio epilettico e sperava che la pubblicità ricevuta avrebbe potuto portare un altro dottore nella favela. Le condizioni degli abitanti migliorarono: la favela di Santa Marta divenne la prima ad essere ripulita dalla criminalità organizzata e oggi una statua di Michael Jackson svetta tra le case. Il posto è diventato una piccola attrazione turistica, sia per i fan del cantante che gli amanti del cinema.

Le canzoni di protesta non muoiono mai

Le proteste del movimento Black Lives Matter in seguito all’assassinio di George Floyd hanno fatto di questo brano un inno di rinascita. Spike Lee ha pubblicato una nuova versione nel video musicale nel 2020 per quello che sarebbe stato il 62° compleanno del cantante. Il video alterna le riprese originali alle proteste del BLM in tutto il mondo. Le grandi canzoni di protesta non muoiono mai finché la lotta non è finita, soprattuto se riescono a dar voce a chi non la ha.

Ora più che mai il grido di They don’t care about us è il simbolo di una generazione stanca del razzismo sistematico che coinvolge gli afroamericani e tutte le vittime del suprematismo bianco. Perché la chiave è lì, nell’us.

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