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Svevo: fuori dagli schemi e dentro la vita vera

Scritto da il 19 Dicembre 2020

Soundtrack da ascoltare durante la lettura: “Persone di vetro” Post nebbia

Italo Svevo è lo pseudonimo dell’ autore che tutti conosciamo. Italo si riferisce all’ Italia. Svevo a un regione della Germania da cui prese il nome la dinastia degli Svevi, il cui capostipite Federico II fu l’ultimo sovrano dell’unità tra territori germanici e italiani.

Cifra di Aron Hector Schmitz – questo il suo vero nome – la volontà di andare oltre, oltre quel banale e quadrato superomismo dannunziano e quella schematica identità immodificabile del suo tempo in cui molti si ritrovavano.

Il 19 dicembre del 1861 Svevo nasceva infatti in una Trieste che era un grande melting pot di etnie, e deciderà di dedicare il suo pseudonimo a quest’incontro tra diverse culture.

Di Svevo possiamo leggere solo 4 opere: sì, 4 opere. Dopo aver scritto i primi due romanzi ed un’altra opera di diaristica, lasciò per più di 20 anni la letteratura e lavorò per un’industria di vernici.

Poi, costretto dallo scoppio della guerra e dalla chiusura dell’industria, tornò a a dedicarsi alla scrittura e partorì La coscienza di Zeno.

Svevo “dentro la vita”?

Niente come l’ambiguità dell’etimologia della parola inetto può descrivere i personaggi dei cosiddetti inetti sveviani. Personaggi complessi e sfaccettati, che conoscono i propri limiti: Zeno, Emilio di Senilità, Alfonso di Una vita.

Ecco l’etimologia: in-aptus. Inadatto. Tutto qui? No. Quell’ in ha due significati: oltre a quello di negazione/privazione ha quello di entrata dentro.

Un inadatto alla vita che perde i treni e finisce per essere infelice, come Alfonso di Una vita? O inadatto alla vita in senso sociale, ma adatto in senso personale, come Zeno, che alla fine risulta il vincitore del romanzo?

Nella sua più grande opera Svevo lascia infatti il protagonista vincere, perché entra nella vita, vive la vita a modo suo, e non nel modo che si aspetterebbe, nel modo socialmente adatto.

File:ItaloSvevo statue 10.jpg - Wikimedia Commons

Pieno di dubbi come il suo autore, che certamente mette molto di sé e della sua vita nei suoi personaggi.

Pieno di dubbi come James Joyce, grande amico di Svevo, conosciuto prima della fama di Ulysses e Dubliners (Svevo, invece, ebbe mai fama in vita, solo dopo). Joyce fu maestro di inglese di Italo, oltre che altro grandissimo esempio di un’esistenza priva di un’illusoria concezione identitaria schematica.

Pieno di dubbi come Schopenhauer, definito da Svevo come il primo che seppe di noi, fautore di quel vivere come spettatori disinteressati del mondo che ritroviamo nel nostro Aron Hector.

Pieno di dubbi come Freud (Svevo conosceva il tedesco, come detto: fu molto fortunato a poter leggere questi autori. Nella sua epoca, in Italia, fu uno dei pochi!), al cui studio sulla psicanalisi Italo attinge a piene mani; a piene braccia, forse.

Pieno di dubbi come tutti noi, e vero eroe, nell’accettarli e nel renderli protagonisti di romanzi che non a caso fanno parte ancora oggi di quell’ Arte che dà peso ed importanza alla vita degli altri, degli inetti, vincitori o vinti che siano.

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