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Storia di una gabbbianella e del gatto che le insegnò a volare, di Luis Sepùlveda.

Scritto da il 16 Ottobre 2018

Copertina del libroDi cosa parla. “Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare” è un racconto di affetto oltre ogni differenza, di coraggio e di famiglia.
La vicenda, ambientata nella città di Amburgo, ha inizio con una giovane gabbiana di nome Kengah che sta per deporre il suo primo uovo, nel momento in cui sta sorvolando il mare in cerca di aringhe.
Sfortunatamente, essendosi immersa in un punto completamente ricoperto di nero petrolio, alla gabbianella non resta alcuna speranza di sopravvivenza.
Con le ultime forze in suo possesso, Kengah precipita nei pressi di una casa abitata da un gatto chiamato Zorba, deposita il suo unico uovo e, dopo essersi fatta promettere di non mangiarlo, di prendersi cura del piccolo che nascerà e di insegnargli a volare, spira tra le sue zampe.

Il micio, mosso a pietà dalla triste vicenda, si consulta con la sua banda di amici e, dopo essersi documentato su come si cova un uovo, si impegna giorno e notte a mantenere le tre promesse fatte alla povera gabbiana mai divenuta madre.

Finalmente arriva il giorno della schiusa, e una piccola gabbianella a cui viene dato il nome di Fortunata fa il suo ingresso nel mondo.
Il suo strano genitore felino è molto impacciato e non ha la minima idea di come crescerla adeguatamente ma, nonostante vari pasticci, a partire dalla ricerca di un cibo che possa essere di gradimento ad un pennuto, per arrivare ad un terrificante salvataggio della piccola nelle fogne in cui era stata condotta dagli odiatissimi topi per essere mangiata, Fortunata cresce in salute e sembra pronta a ricongiungersi al suo vero mondo, librandosi in cielo assieme al suo stormo.

Mantenere anche l’ultima promessa fatta a Kengah si rivela per Zorba l’impresa più difficile, che richiede non solo un piano perfetto, ma anche la rottura di un tabù che da sempre esiste tra animali e umani: non comunicare in alcuna maniera che possa mostrare che i primi possiedono intelligenza ai secondi.
Infatti, è solo grazie a quel miagolio in grado di richiamare l’attenzione del poeta padrone della bellissima gatta bianca di nome Bubulina, a consentire al micio e alla sua banda di trovare la soluzione in grado di donare la libertà di volare a Fortunata: sarà infatti questo poeta, “l’umano prescelto” dal giudizio degli animali in quanto più sensibile ed attento di molti altri al mondo circostante, ad indicar loro il modo di accedere al campanile della chiesa di San Michele, così da permettere alla gabbianella di saltare verso il proprio futuro.

Perché consigliarlo. Questo racconto dallo stile semplice e scorrevole è in grado di suscitare molte emozioni in chi legge: si assiste, infatti, ad un’alternarsi di passaggi comici e commoventi, tra cui vale la pena ricordare il momento delle promesse della morente Kengah, ma anche quando Fortunata comprende di trovarsi in bilico tra due mondi diversi e molto lontani tra di loro.
Tuttavia, al di là delle molte sensazioni che lascia questa storia, ciò che va sottolineato di più è l’insegnamento, tra i più importanti che esistano al mondo, che questo racconto fantasioso, in grado di far riflettere anche i più grandi, vuole trasmettere, come fosse una sorta di parabola: l’amore (in tutte le sue forme, anche in quella che lega un genitore ad un figlio) è in grado di andare oltre qualsiasi differenza e di trovare la via per abbattere qualunque barriera.

Per chi consigliarlo. Pur trattandosi di un libro tipicamente “da piccoli”, che di solito viene proposto dagli insegnanti come lettura negli anni a cavallo tra elementari e medie, è sempre bello (ri)scoprire in un racconto assaporato ormai qualche anno addietro e messo a prendere polvere su uno scaffale in camera da letto quei dettagli, sottotesti, spunti di riflessione o riferimenti che da ragazzi spesso e volentieri sfuggono, un po’ per ingenuità, un po’ per mancanza di strumenti critici e di osservazione.

Il mio suggerimento è dunque quello di andare a salvare dalla polvere quel libro e, prima di regalarlo al proprio cuginetto, di leggerlo ancora una volta e di godersi per la seconda volta il viaggio che, come è noto, non sarà mai esattamente identico al primo.


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