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Sfatiamo qualche mito: 6 parole che non hanno l’etimologia che crediamo

today6 Febbraio 2019

Background

Ok è un modo universale di dire “va bene” e SOS sta per “save our souls”, giusto?
Forse oggi potrebbe essere entrato nell’uso comune usarle in questo modo, ma non è sempre stato così: dovete sapere, infatti, che moltissime delle parole di cui facciamo largo utilizzo nella vita di tutti i giorni hanno in realtà un’etimologia ben diversa da quella che gli attribuiamo! Vediamone insieme 6 tra le più insospettabili:

WI-FI:
Come molti affermano, questo termine significherebbe “Wireless Fidelty”, in perfetta concordanza con Hi-Fi, che effettivamente vuol dire “High Fidelty”. L’inventore di una delle prime reti Wi-Fi Alex Hills, tuttavia, soffia sul nostro castello di carte di convinzioni spiegando che in realtà la parola non ha alcun significato nascosto, ma è nata per pure ragioni di marketing: la parola in questione era nuova e orecchiabile, e il legame (almeno fonologico) tra Hi-Fi e Wi-Fi ne avrebbe facilitato la diffusione.

SOS:
Riprendiamo ora il famoso segnale universale di richiesta di aiuto: per alcuni “Save Our Souls”, per altri “Save Our Ship”, per tutti un madornale errore etimologico. Il celebre acronimo, infatti, non significa nulla di tutto ciò, ma deriva dal segnale da tutti riconosciuto del codice morse dai tre punti, tre trattini e di nuovo tre punti: una sequenza facilmente riconoscibile anche da un orecchio inesperto, dunque cruciale per garantire la tempestività dei soccorsi in caso di necessità.

KODAK:
Il noto marchio dell’industria fotografica, stando ad una diffusa ipotesi, sarebbe un richiamo onomatopeico al tipico suono di un otturatore quando si scatta una foto. La verità, tuttavia, è ben altra, e ce la spiega George Eastman medesimo, fondatore della compagnia: la scelta della parola è puramente casuale e dovuta al desiderio di inserire almeno due K, lettere forti e incisive, nel nome del marchio, così che fosse difficile da dimenticare e desse l’idea della solidità.

OK:
Ora il gioco si fa duro: ad oggi, la reale etimologia del termine più usato al mondo è avvolta nel mistero. Sono tre le ipotesi principali che ambiscono a spiegarne l’origine: la prima teoria è datata 1879, anno in cui un giornalista del Boston Morning Post scrisse un articolo sull’ortografia, suggerendo che OK potesse derivare dalla diffusione di un deliberato errore (OK = Oll Korrect) nato dall’inglese stiracchiato di qualcuno per dire “all correct”, tutto giusto.
In alternativa, la risposta al quesito potrebbe trovarsi in ambito militare, dove era consuetudine, nelle missioni di ricognizione per recuperare eventuali soldati rimasti uccisi, comunicare tempestivamente ai compagni il numero delle vittime attraverso un semplice sistema: si scriveva su una bandiera il numero, seguito dalla K, che stava per “killed”, uccisi. Quando tutti i soldati venivano ritrovati in vita, sulla bandiera compariva 0 K, da cui l’odierno OK.
Ultima, ma non per importanza, l’ipotesi di stampo più linguistico che dietro a questa parola si celino in realtà anni di lenta evoluzione del linguaggio nei territori compresi tra l’Europa e il Medio Oriente, forse delle tribù beduine del Sahara.

ZUMBA:
Conosciamo tutti questa popolare attività che coordina il ballo all’attività motoria tipica delle palestre. Inutile dire che molti associno alla parola l’atto del saltare, ma la verità è ben altra: la popolare attività di fitness originariamente si chiamava Rumbacize, termine che racchiudeva in sé l’atto del danzare (Rumba) e un analogo programma di esercizi in voga negli anni ’90 (Jazzercize). Quando Alberto Perez cercò di registrare il marchio, tuttavia, riscontrò alcune difficoltà, in quanto Rumbacize era già stato “rubato” con l’inganno dal proprietario di una palestra in cui teneva le sue lezioni. Fu così che Alberto, caparbiamente, trovò dal nulla un’alternativa che colpisse e rimanesse facilmente impressa.

ALITOSI:
Quante volte abbiamo sentito, nella miriade di spot televisivi che si susseguono ogni giorno, di collutori in grado di combattere con efficacia l’alitosi? Dovete sapere che questa parola dall’aspetto apparentemente così tecnico e scientifico in realtà fino ad alcuni anni fa non esisteva affatto! Fu negli anni ’20 del secolo scorso che Jordan Wheat Lambert, padre del marchio di collutori Listerine, armato di dizionario, si imbatté in una parola latina che significava respiro, alito; con qualche tocco grammaticale, essa si trasformò nel neologismo “alitosi”, che contribuì significativamente ad attirare la curiosità dei clienti e dunque il successo della campagna pubblicitaria che prometteva di sconfiggere il morbo.

Written by: Veronica Di Sero

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