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Sex Pistols: formidabile miccia del Punk

Scritto da il 4 Settembre 2019

La parabola incendiaria dei Sex Pistols segue l’arco di tre brevi anni (1975-1978), anni in cui il loro nome diviene sinonimo di Punk; poi la truffa e ecco che che il magnetismo del gruppo si esaurisce sotto la spinta contraddittoria dello stesso sistema che avevano criticato.

Il 1975 è la genesi del gruppo: Johnny Rotten la voce, Steve Jones alla chitarra, Paul Cook alla batteria e Glen Matlock al basso, poi sostituito dall’enigmatico Sid Vicious.

Notati da Malcom McLaren per l’irriverenza e il messaggio nichilista e decadente del no future, i Sex Pistols debuttano al St. Martins College il 6 novembre 1975. Memorabile, orrido spettacolo che segna la prevaricazione dell’estetica della performance rispetto alla musica. Motivo per cui negli anni vengono accusati di carenza di tecnica, ma quello era il loro stile scarnificato, che nella semplicità cercava di dare vita al Rock puro, liberandosi da certi virtuosismi costruiti dalle rockstar.

Intanto il Punk esplode nella Londra che poco tempo prima portava in alto i pacifici Beatles, e adesso si trovava di fronte a quattro teppistelli che facevano della provocazione il loro biglietto di visita tra simboli che suscitano lo scalpore generale (la maglietta con l’anticristo e una grossa svastica) e posizioni politiche ondivaghe, così da attirarsi l’avversione dell’estrema destra e dell’estrema sinistra. L’immagine mediatica dei rivoluzionari sapientemente veicolata dal manager McLaren sarà l’inizio della fine.

Intanto nel 1976 avviene l’incisione del singolo Anarchy in the UK, provocatorio appello contro l’industria musicale. Tuttavia nello stesso anno arriva la firma del contratto con la EMI, e il sistema con cui si scontravano diventa occasione di grandi compensi e forte esposizione mediatica.

Poi l’apparizione al programma di Bill Grundy, tra offese e provocazioni diventa simbolo dell’apice del successo e allo stesso tempo di distruzione del gruppo.

Infatti la EMI licenzia la band e Glen Matlock, poi sostituto da Vicious, decide di lasciare il gruppo, continuando però ad essere presente nella registrazione le tracce per l’album Never mind the bollocks, here’s the sex Pistols.

God save the Queen, secondo singolo, era destinato a suscitare una serie di guai: la A&M che la pubblica, pochi giorni dopo licenzia la band per i contenuti della canzone.

È in questo momento che la grande truffa spegne quella ribellione costruita, di cui si erano fatti contraddittori promotori. A manipolarli era stato l’abile McLaren che aveva chiesto indennizzi per le recessioni dai contratti da parte delle etichette discografiche, ottenendo il massimo vantaggio economico.

Intanto la Virgin ristampa God save the Queen, ma i guai non finiscono qui: i quattro vengono arrestati in occasione dell’anniversario dell’incoronazione della regina, era il 7 giugno 1977.

Poi l’uscita dell’album e la band esala l’ultimo respiro il 17 novembre 1978, ultima data della tournée americana in cui il gruppo è al completo.

Qualche giorno dopo Lydon abbandona i compagni, Jones e Cook provano a continuare per un altro anno. Sid Vicious morirà d’overdose un anno dopo.


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