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Francesco d’Assisi: le tante “vite” di un santo

Scritto da il 3 Ottobre 2020

Soundtrack da ascoltare durante la lettura: “Vocazione 1 e 1/2” – Francesco De Gregori

Francesco
Andrea Vanni, San Francesco d’Assisi, particolare XIV secolo

La storia della vita di San Francesco, la maggior parte della comunità, cattolica e non, la conosce, bene o male. Almeno nei punti salienti.  Discreta nascita , giovinezza così e così, conversione, episodi, stimmate, miracoli… Le carte in regola per la “santità” le abbiamo. Nessun dubbio. Partiamo, invece, dalla morte. Il 3 ottobre 1226, (la memoria liturgica del patrono d’Italia si celebra il 4 ottobre perché dopo il vespro si conta il giorno successivo) San Francesco D’Assisi muore e da lì a poco si pone il problema di come tramandare la sua vita. Problema grande, perché Francesco è stato l’origine di una così gran rivoluzione nel modo di concepire la spiritualità cristiana che il problema della trasmissione dei suoi atti divenne cruciale non solo per i seguaci dell’ordine francescano, ma per la Chiesa intera. Perché?  Una rivoluzione si deve giustificare ma, soprattutto, mantenere. Innanzitutto, distinguiamo tra due termini fondamentali.

Biografia Vs Agiografia

Qual è la differenza? Un’ agiografia, non è nient’altro che il corrispettivo medievale della nostra biografia autorizzata. In termini spiccioli: un illustre personaggio muore e subito la famiglia, gli amici intimi, chi per loro, tutti gli interessati si prodigano ad assumere uno scrittore per redigere una narrazione della sua vita, e, soprattutto, a fornire loro stessi il materiale. Svariate testimonianze, che possano aiutare il redattore del testo a farsi la “giusta idea” e comunicare ai posteri il “giusto messaggio”, per dare il “giusto valore” al suo operato e alla sua eredità.

Una biografia, invece, è un racconto di fatti di vita. Presumibilmente veri.

L’agiografia vince ai punti. Ma solo per numero di frasi nella definizione.  

È una questione di immagine

La società in cui San Francesco si trova ad operare, quella del basso medioevo, è tutt’altro che l’epoca buia che tendiamo ad immaginare. È una società febbrile, un brulichio di anime in fermento. Le città, i Comuni, diventano sempre più centro nevralgico e l’economia governa e guida le vite degli abitanti di questo mondo. Perciò i nobili fanno la guerra, i mercanti fanno enormi affari, gli ecclesiastici -intellettuali che stanno perdendo la contesa contro le neonate università- fanno i pastori spirituali del popolo. Per i nobili e i mercanti il popolo rappresenta tasse e forza lavoro per campi e botteghe; per la Chiesa, anime da salvare. Anime che fanno donazioni per essere salvate. Ma devono essere conquistate una a una.

Gli ordini monastici, in particolare, questo concetto l’hanno ben compreso. Sempre di più, ordini vecchi e nuovi, tentano di capire e inquadrare l’esigenza del mercato, del popolo, e conformare la propria missione e la propria visione, applicando strategie per acquisire sempre più seguaci, quindi più donazioni (perché in quest’epoca i monasteri vivono effettivamente di questo, Roma non li sostenta).  In pratica ragionavano come moderne aziende, spesso in competizione tra loro. Termini a noi familiari che ci fanno apparire un parallelismo forzato, semplificato, distante mille anni, quasi, ma che molti storici assumono come plausibile, dati i tanti punti di convergenza. L’immagine diventa fondamentale nella comunicazione, per raggiungere più fedeli possibili. A partire dal modo di vestire.

L’abito fa il monaco

Noi oggi non abbiamo questa sensibilità, alcuni faticano a distinguere un monaco da un sacerdote. Ma un uomo del medioevo sapeva esattamente se un frate fosse benedettino, cluniacense o cistercense, domenicano, guardando la veste indossata. E quest’abito è pensato, studiato, riflette le scelte dell’Ordine e del suo fondatore. Altro termine che l’economia aziendale ha preso in prestito. E il mito del fondatore è importantissimo. Ieri come oggi.

Un uomo, un sogno

Anche Francesco e il suo Ordine non possono esimersi da questo meccanismo, anche se il santo non è certo interessato al business, non gli è mai importato il potere. La sua visione, diretta, semplice, pura è solo Dio e l’amore verso il prossimo. Per questo ha avuto un successo e una diffusione incredibile in tutto il mondo. La sua missione è diffondere il nome di Cristo, della sua parola, come ogni buon cristiano dovrebbe fare: “(…) Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura” (Marco 9, 15 – C.E.I). In che modo?

Comunicazione e Immagine

(…) Va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi

Matteo 19, 16-22

La rivoluzione personale di Francesco uomo e la rivoluzione concettuale del mondo monastico si manifesta anche nell’immagine, nell’abito. Dall’unico ritratto realizzato in vita di San Francesco, conservato al Sacro Speco di Subiaco possiamo farci un’idea. Via le comode tonache e le cinture di pelle, sì al tessuto grezzo, alla corda per cingersi. Il cappuccio sembra un dettaglio superficiale: Francesco non vuole un cappuccio arrotondato, alla moda, ma rigorosamente a punta, come quello che hanno i poveri. Immagine molto distante dagli abiti fini e dalle scarpette eleganti di Roma, di quella Chiesa opulenta, appariscente, lontana dal principio di vicinanza al popolo che dovrebbe costituirla. Francesco, infatti, andato a Roma, resta allibito. Gli alti prelati non vogliono nemmeno ascoltare le sue rimostranze, su questo e su altri temi.  Allora Francesco va alla discarica della città e si mette a predicare agli uccelli che banchettavano nelle immondizie.

Francesco

Messaggio

Gli altri ordini avevano abbazie, monasteri. Tentano di donargli un edificio per ospitare lui e i suoi ad Assisi e lui non lo accetta, lo vuole solo in prestito. Povero come Cristo, per parlare di Cristo. Questa è la sua aspirazione di vita, questo è quello che rende tutti uguali e fratelli. E finché Francesco è in vita tutti obbediscono.

Problemi

La diffusione del messaggio di San Francesco è così rapida e immediata che le polemiche all’interno di quello che doveva essere un semplice movimento, poi diventato un ordine a tutti gli effetti, non erano rare. Prima di tutto sulla gestione. Francesco non si aspettava di dover dirigere una struttura di tale proporzione. E allora l’ordine si organizza, si struttura, si creano gerarchie. Persone colte, anche, ricche prima di abbracciare il movimento, perché Francesco abbraccia tutti. Ma i contrasti sono inevitabili. Le decisioni prese a volte si discostano dalla visione originale di Francesco, tanto che lui stesso abbandona la direzione dell’ordine, a un certo punto. Era diventata una cosa troppo grande, troppo diversa da come se l’era immaginata, la giudicava addirittura estranea. Episodio taciuto spesso, ma che ha un effetto eclatante: causerà dopo la morte di Francesco, l’allontanamento di una parte dei frati, che formeranno l’ordine dei Cappuccini. Molto infatti si è taciuto o si è tentato di “non menzionare”, sulla vita di Francesco. Come il fatto che si arrabbiasse se contrariato, che commettesse errori, di cui poi si pentiva, certamente. Si è tentato di trascurare il fatto che fosse un uomo, insomma.  Ma solo dopo la sua morte (lui non aveva da nascondere niente). Perché?

Dopo la morte di Francesco

Gran parte del successo del messaggio francescano nel mondo era dovuto non solo alla bontà del messaggio stesso, ma anche al fatto che tutti considerassero Francesco, se non un nuovo Cristo, perché non si poteva, almeno un altro apostolo, un fratello di Cristo. Si deve tutelare la sua Santità. Ne vale della sopravvivenza dell’ordine e, quindi, del messaggio. Tanto più che a Roma faceva piacere una purificazione dell’immagine della Chiesa, una pulizia (operata da altri in casa d’altri, beninteso). Infatti, il nuovo Papa, Gregorio IX, eletto circa un anno dopo la morte di Francesco, avvenuta nel 1226, ritenne opportuno proclamare Santo il “poverello di Assisi” e in questa occasione commissiona, nel 1228, a Tommaso da Celano, futuro beato, frate francescano e letterato, la stesura di una “Vita” di S. Francesco. Tommaso da Celano, non è un francescano della “prima ora”, ma è quasi coetaneo di Francesco e lo ha conosciuto di persona. Raccoglie informazioni e scrive una Vita Prima. Da lì a poco avrebbe dovuto scriverne una seconda, nel 1246. La Prima non andava bene, secondo le lamentele provenienti dall’ordine stesso. Era piena di aneddoti poco confacenti a un santo. La Vita Seconda ha la stessa fortuna della Prima; non sono illustrati abbastanza miracoli. Tanto che, nel 1252, Tommaso si rimette al lavoro, spinto dai superiori, e integra la Vita Seconda col cosiddetto Trattato dei miracoli. Per questa trafila avrebbero dovuto fare Santo anche il buon Tommaso, ma pare sia rimasto solo Beato. Forse, per le tante lamentele sul suo lavoro. Questi problemi i biografi di altri santi forse non li hanno avuti. Penso a Sant’Agostino, peccatore e a un bell’articolo del nostro Tommaso Natale che ne ha disquisito poco tempo fa.

Soluzioni definitive

Un giorno diventa ministro generale dell’ordine francescano un tal Bonaventura da Bagnoregio. Un uomo eccezionale, teologo, filosofo, cardinale, poeta e scrittore sublime. Per di più Santo in vita, prima della canonizzazione in morte, dato che i suoi fratelli lo consideravano quasi come un secondo Fondatore. Questi si accorge presto che le biografie di Francesco precedenti erano ancora piene di tutti gli elementi che lo ritraevano ancora come un essere umano. A suo giudizio non corrispondevano affatto al carattere del Santo. Si prese in carico dunque, a beneficio di tutti i fratelli e della cristianità intera, di scrivere una nuova vita di San Francesco, epurata, che egli intitola, niente di meno, che Legenda Maior. E, se per le precedenti correzioni alle vite di Tommaso si ha avuto il buon gusto di considerarle tutte “integrazioni”, Bonaventura ordina a tutti i monasteri, di tutti i paesi, di tutti gli ordini, Francescani, Domenicani, Benedettini, tutti-tutti, di distruggere le biografie precedenti e di tenere la sola Legenda Maior come vulgata. Quella che ha ispirato Giotto alla Chiesa Superiore di Assisi.

Problema biografico apparentemente risolto per sempre.

Anzi no

Gli ordini, abbiamo detto, come le aziende, sono spesso in competizione tra loro. Delle circolari francescane, i Benedettini se ne fanno un baffo. E loro da bravi conservatori di libri, le vite di Tommaso da Celano le hanno tenute. E ci sono arrivate.

Grazie. A nome di tutti.

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