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Piccoli chimici crescono

Scritto da il 20 Novembre 2019

Durante la lettura si consiglia l’ascolto del brano: “Rewrite the stars – James Arthur & Anne-Marie”.

Negli anni passati molte sono state le contestazioni studentesche contro il sistema scolastico e universitario, visto come un’istituzione troppo attenta ai rigorismi della “vecchia scuola” anziché un’opportunità di apertura a nuovi mezzi e orizzonti per l’apprendimento. L’istruzione pubblica è andata delineando un profilo tradizionale e statico a cui semplicemente conformarsi, perdendo quel ruolo ideale allo stimolo e all’apprendimento critico. Tuttavia ormai sono i professori stessi a dichiarare il fallimento di metodi arcaici a favore di una riforma all’insegna di una nuova pedagogia.

Per educare le generazioni che guideranno la società di domani è necessario ripensare la didattica a partire dalla formazione degli insegnanti, per cui l’Università è chiamata a dare un contributo nella preparazione dei laureati in Scienze della Formazione Primaria che lavorano con i bambini.

Nell’ambito scientifico è stato proprio il dipartimento di Scienze della Formazione dell’Università Roma Tre a ospitare il workshop L’alfabeto della natura: Chimica per la Formazione Primaria tra il 15 e il 16 novembre. L’obiettivo principale? Trasmettere agli studenti più giovani la passione per la scienza in un ambiente multidisciplinare e innovativo.

L’incontro si è concentrato sulla chimica e ha coinvolto professori e ricercatori al fianco di alunni della scuola primaria. Alla ricerca di una via per risolvere la questione formativa, il seminario interattivo si è aperto con un quesito fondamentale: perché, se i bambini amano giocare con l’acqua e la terra esplorando colori, sapori e odori delle sostanze, crescendo iniziano a considerare la chimica una disciplina astratta e lontana dalle loro corde?

Anna Mazzitelli, docente della Scuola Primaria, ha suggerito un approccio sperimentale all’insegnamento della chimica e delle scienze affiancandovi una buona dose di divertimento per coinvolgere al meglio i più piccoli. Come? Proponendo loro spiegazioni chimiche basilari alla portata di tutti:

Far virare il colore della soluzione aggiungendo un acido a una base oppure comporre il classico gayser mettendo una mentos in un bicchiere di coca cola: esperimenti tanto semplici quanto scenografici che, una volta mostrati, possano far capire ai bambini che si tratta di scienza e non di magia.

Anche Iole Venditti, ricercatrice e professoressa universitaria presso il dipartimento di Scienze di Roma Tre, si è espressa a favore di metodologie più pragmatiche:

Bisogna stimolare la naturale curiosità dei bambini. La bellezza che ha portato noi scienziati a scegliere questo lavoro è proprio il bimbo che domanda “perché?” con gli occhi della meraviglia […] e questo deve essere un incentivo per gli scienziati stessi a uscire dai propri laboratori e vivere maggiormente la scienza sul territorio.

Anna Millan Gasca, docente di Scienze della Formazione presso l’università Roma Tre, ha dichiarato che nell’immaginario infantile gli studiosi delle scienze sono raffigurati prettamente all’interno dei laboratori, dunque i beneficiari di questo workshop sono stati proprio tutti, piccoli e grandi:

In questo modo i miei colleghi hanno avuto modo di aprire nuovi orizzonti verso un approccio diverso a concetti primordiali da trasmettere ai bambini. Il tutto è reso possibile dall’ausilio di immaginazione e filosofia: un incontro tra astratto e concreto che unisce più posizioni, pedagogiche e filosofiche.

Nell’immaginario comune la chimica è spesso associata alle altre scienze naturali, perciò sono state presentati materiali e attività didattiche sviluppati in varie sedi universitarie italiane per cercare le possibili sinergie con la fisica, la biologia e la matematica, ma non solo: sono stati colti collegamenti anche con la letteratura per l’infanzia, la filosofia e, certamente, la pedagogia, nell’ottica di un sapere organico umanistico e scientifico. A tal proposito si è espresso Giovanni Villari, studioso presso il Centro Nazionale delle Ricerche (CNR), affermando che non sia possibile studiare dei fenomeni al di fuori della cornice storica e sociale in cui si trovano e che dà loro significato.

La docente Olivia Levrini ha definito troppo disciplinare e teorico l’insegnamento della scienza nelle scuole e ha illustrato un metodo alternativo per stimolare l’immaginazione degli alunni attraverso la scienza:

Ho riscontrato persino nei bambini una sempre più frequente difficoltà a immaginare se stessi nel futuro, perciò attraverso lo studio degli orizzonti di significati sarà più facile sarà più facile sia proiettarsi avanti nel tempo che orientarsi nel presente con le azioni quotidiane. […] Infine quando nascono nuove discipline è giusto accoglierle e concepire l’insegnamento in un’ottica multidisciplinare.

Infine, secondo Antonio Martino, professore del dipartimento di Chimica di Roma Tre:

Insegnare la scienza significa saper educare a pensare, l’obiettivo è vagliare la realtà che ci viene proposta assumendo un atteggiamento critico ma non oppositivo […] ciò è possibile solo attraverso l’unione di scienza e filosofia.

Vi trovate d’accordo con quanto espresso da questi professori? Fateci sapere la vostra idea in merito!


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