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Ostia antica, passeggiando con un archeologo nell’antichità

Scritto da il 24 Novembre 2020

Soundtrack consigliata per la lettura: “The wolf and the moon – BrunuhVille”

A pochi passi da Roma e dalle sue meraviglie archeologiche, si trova Ostia Antica. Le rovine dell’antico sito di Ostia sono un parco a cielo aperto grande ben 150 ettari. Solo il 40% dell’antica città è stato riportato alla luce, e nonostante questo Ostia Antica, insieme a Pompei, è una delle aree archeologiche più grandi del pianeta. Vediamo insieme al Dottor Alfredo Marinucci, archeologo romano, quali sono le tappe imperdibili e passeggiamo attraverso la vecchia città guidati da lui.

Fondazione di Ostia Antica

Prima colonia di Roma, Ostia prende il suo nome dalla foce del Tevereostium – presso la quale fu fondata come porto e come avamposto militare verso il mare. A controllo diretto del fiume, era destinata anche allo sfruttamento delle saline circostanti, i cui prodotti venivano avviati verso Roma e la costa Adriatica attraverso la via Ostiense. Quasi all’unaminità, le fonti ne attribuiscono la fondazione ad Anco Marzio -640/616 a.C. Fu lui a conquistare Ficana, sulla riva sinistra del fiume, e a trapiantare i suoi abitanti a Roma. Tolta ai Veienti la Selva Mesia, nacque Ostia.

Teatro di Ostia Antica

E’ l’unico grande edificio per spettacoli quasi completamente conservato, che sorgeva al centro della città, lungo l’asse viario principale – il Decumano Massimo. Costruito da Agrippa, genero di Augusto, morto nel 12 a.C., in opera reticolata, con un portico a pilastri di tufo aperto sul Decumano Massimo, aveva una capacità di circa 3000 spettatori. Alla fine del II secolo d.C., l’imperatore Commodo lo fece ricostruire in laterizi aumentandone la capacità fino a 4000 spettatori. L’inaugurazione avvenne dopo la sua morte – 196 d.C.- e quindi Settimio Severo e Caracalla se ne attribuirono il merito.

Lo spettacolo preferito dai cittadini del mondo romano a quel tempo era quello della pantomima. Dalla fine del I secolo d.C., gli attori agivano sul palcoscenico limitandosi alla danza e al linguaggio muto dei movimenti per interpretare l’azione che aveva sostituito l’antica tragedia. Come venivano scelti i temi da affrontare? Esattamente come oggi, venivano scelti quelli in grado di suscitare le più forti emozioni. Gli attori – i pantomimi – che rivestivano tutte le parti dell’azione scenica, comprese quelle femminili, recitando con la maschera. Erano ovviamente i beniamini del pubblico.

Un secondo genere di spettacolo, ancora più popolare, in cui gli attori -uomini e donne in questo caso- recitavano a viso scoperto e con abiti quotidiani era costituito dal mimo – una farsa – . Al contrario del dramma, qui i soggetti erano tratti dal reale, traboccanti di satira e di allusioni grossolane. I testi, invece, erano canovacci elaborati dagli stessi attori. Ancora oggi, in questo antico teatro, è possibile assistere ad eventi come spettacoli teatrali e concerti durante l’estate. La cornice degli scavi e il teatro stesso, che ha mantenuto un’acustica invidiabile, sono come un salto nel mondo antico dei Romani.

Le Terme di Ostia Antica

Le Terme rappresentano senza dubbio uno degli aspetti fondamentali e più esclusivi della civiltà Romana e soprattutto uno di quelli che i contemporanei apprezzarono maggiormente. Era consapevolmente vissuto come uno dei piaceri indispensabili per vivere bene, sullo stesso piano del vino e del sesso. Quello che era considerato un lusso domestico, riservato ai ricchi nel III secolo a.C., divenne, già nel I secolo, parte integrante della vita di ampie categorie di persone. Si estese poi, con la costruzione delle grandi terme pubbliche, a tutti gli strati sociali. La folla variopinta e mondana vi accorreva dal primo pomeriggio al tramonto, unendo, gratuitamente o quasi, alle pratiche igieniche tutte quelle comodità che mancavano nelle loro case. Come nel resto del mondo romano, anche ad Ostia la realtà archeologica ha rivelato un grande numero di terme, circa 20, tra pubbliche, private o riservate a determinate categorie di utenti.

Terme del Foro – Ostia Antica

Le Terme del Foro

Le Terme del Foro costituiscono il massimo impianto cittadino, ubicato nel centro stesso della colonia, accanto al faro e alle principali strutture pubbliche e religiose. Fu costruita sotto il regno di Antonino Pio intorno al 150 d.C., dal prefetto del pretorio Marcus Gavius Maximus e da questi donato alla città di Ostia. A testimonianza di una vita assai lunga, le terme mostrano restauri in epoca severiana – 193-217 d.C.-, modifiche in epoca massenziana – 306-312 d.C – e lavori nel quarto secolo con un intervento finanziato dalla stessa Ostia e curato dal Prefetto Vincenzo Ragonio Celso, 385-389 d.C).

Il percorso balneare poteva iniziare dal lato occidentale, situata sulla via forica, e dagli spogliatoi si entrava in una sala ottagonale. Questa era la più esposta ai raggi del sole, grazie al particolare andamento delle scale meridionali, costruite in modo da non coprirsi a vicenda per sfruttare al meglio il sole del pomeriggio. Il locale per il bagno di sudore a secco era accessibile direttamente dal frigidarium e conduceva direttamente ai due tepidaria, al caldarium e a tre vasche e infine, per chiudere il giro, al monumentale frigidario a due vasche. Dietro alle sale calde si apriva un ampio spazio, porticato e mosaicato, che aveva anche la funzione di palestra ed era collegato sia all’impianto termale che al foro.

Santuari dei culti Orientali

I culti misterici di origine orientale erano basati su riti iniziatici che garantivano agli adepti salvezza ed immortalità. Si diffusero inizialmente presso gli strati più bassi della popolazione ( schiavi e liberti ) e solo più avanti in tutte le classi sociali. Queste religioni sono in genere l’evoluzione di antichi culti agrari correlati ad una divinità che muore e rinasce seguendo il ciclo delle stagioni. La vicenda di morte e resurrezione finisce col perdere il suo significato naturalistico per assumerne uno spirituale e mistico. La morte e la resurrezione del Dio divengono la sorte spirituale dell’adepto – mystes.

Santuari di Mitra

Ad Ostia Antica ne sono presenti circa venti. I santuari di Mitra erano adattati in luoghi di culto che assumevano l’aspetto di una grotta attraverso la volta o l’applicazione di pietre pomici. Sotterranei e di piccole dimensioni, i santuari furono collocati in ambienti di edifici presistenti, nel cui interno rettangolare la volta a botte, oltre a simboleggiare l’antro natale del Dio, alludeva anche alla volta celeste. Un corridoio centrale conduceva, passando tra due banchi in muratura per i pasti in comune dei frates, all’immagine del Dio uccisore del toro, racchiusa in una nicchia e preceduta dall’altare. L’ambiente era completato da una sacrestia per gli abiti rituali e gli oggetti di culto. Presso l’ingresso, una vasca o un recipiente simile alle nostre acquasantiere conteneva l’acqua rituale.

Altri luoghi di culto

Anche Cibele, la Gran Madre di Pessinunte in Frigia, la prima divinità orientale a penetrare a Roma ( 205 a.C.), ebbe il suo culto in un grande santuario. Era costituito da un’area triangolare porticata, posta immediatamente ad ovest della porta laurentina e delimitata a sud dalle mura tardo repubblicane, ad este del Cardine Massimo e a nord dalle Terme del Faro.

Al vertice occidentale del triangolo sorge il Tempio della Dea elevato su un alto podio cui si accedeva attraverso una gradinata marmorea che presenta, dopo i primi tre gradini, un ripiano con uno spazio vuoto perlato, probabilmente destinato ai pini sacri ad Attis. In collegamento con il tempio, al termine del portico meridionale si trova la torre occidentale della porta laurentina. Fu trasformata nel IV secolo d.C. nella fossa sanguinis del rituale taurobolico. Il rito prevedeva il sacrificio del toro. Il candidato, uomo o donna, scendeva nella fossa che era coperta da una grata, sulla quale veniva immolato l’animale. Il sangue ricadeva a bagnare il fedele, poi esposto alla venerazione di coloro che assistevano.

Sul lato ovest della porta laurentina si dispone invece un piccolo santuario dedicato a Ma-Bellona, divinità in cui non è da vedere la Dea sabina della guerra, bensì Ma, divinità sovrana di Comana in Cappadocia e di Comana nel Ponto, introdotta a Roma dopo le guerre mitridatiche.

Grazie al prezioso contributo dell’archeologo Dott. Alfredo Marinucci.


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