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Oltre la sopravvivenza del più forte

Scritto da il 14 Maggio 2018

Quando pensiamo all’evoluzione umana, abbiamo ben chiaro il concetto della sopravvivenza del più forte, e ci viene in mente l’immagine di un individuo forte e astuto, in grado di correre più veloce, battere in astuzia e accoppiarsi più favorevolmente degli altri membri della sua specie. In altre parole, devi essere competitivo per sopravvivere e procreare. Quel modello è molto convincente, ma lascia alcuni aspetti del nostro comportamento senza spiegazione. Prendiamo in considerazione l’altruismo: come si concilia la sopravvivenza del più forte con il desiderio di aiutarsi l’un l’altro? La selezione naturale del più forte sembra non spiegarlo, così i teorici di quel modello hanno introdotto l’ulteriore concetto di «selezione parentale». In questo modo io mi prendo cura non solo di me stesso, ma anche di altri con i quali condivido il materiale genetico, come fratelli e cugini.
Eppure, nemmeno la selezione parentale basta a spiegare tutte le sfaccettature del comportamento umano, dato che gli individui si uniscono e collaborano anche se non hanno vincoli di parentela. Questa obiezione conduce all’idea di «selezione di gruppo», secondo il seguente concetto: se un gruppo è composto interamente di persone che collaborano, tutti gli appartenenti al gruppo ci guadagneranno. Mediamente ve la caverete meglio di altre persone che non collaborano con i propri vicini. Tutti insieme, i membri di un gruppo possono aiutarsi a sopravvivere: saranno più al sicuro, saranno più produttivi e potranno superare le sfide più facilmente. Questa spinta a unirsi ad altre persone è definita eusocialità (dal greco eu, “buono”) e, senza tenere conto della parentela, procura un collante che permette la formazione delle tribù, dei gruppi, delle nazioni. Non stiamo dicendo che la selezione individuale non avvenga, è solo che non fornisce una visione completa. Per quanto gli esseri umani siano competitivi e individualisti per la maggior parte del tempo, è un fatto che passiamo una parte della vita a cooperare per il bene del gruppo. È ciò che ha permesso alla popolazione umana di prosperare sul pianeta e di costruire società e civiltà; sono imprese che il singolo individuo, nonostante la sua prestanza fisica, non potrà mai realizzare in solitudine. Il vero progresso è possibile solo con quelle alleanze che diventano confederazioni, e la nostra eusocialità è il fattore più importante per la ricchezza e la complessità del mondo moderno.
Così la nostra spinta a unirci in gruppi presenta un vantaggio per la sopravvivenza, ma anche un lato oscuro. Per ogni «gruppo di noi» deve esistere anche un «gruppo dei loro».
In tutto il pianeta, ripetutamente, i gruppi di persone esercitano la violenza su altri gruppi, anche su quelli indifesi e che non costituiscono una minaccia esplicita. L’anno 1915 assistette alla sistematica uccisione di oltre un milione di armeni da parte degli Ottomani turchi. Dopo l’Olocausto con lo sterminio di oltre sei milioni di ebrei, cinquanta anni dopo, in Iugoslavia, tra il 1992 e il 1995, durante la guerra in Bosnia-Erzegovina, oltre 100.000 mussulmani furono massacrati dai serbi con una violenza che divenne nota come «pulizia etnica». Potrei continuare a considerare altri fatti con l’occhio distaccato dello storico, senza pensare poi a gli ultimi avvenimenti accaduti in questi ultimi mesi e anni.
Che cos’è che permette questo allarmante cambiamento nell’interazione umana? Come può questo essere compatibile con una specie eusociale? Perché il genocidio continua ad avvenire ovunque nel nostro pianeta? Di solito noi esaminiamo la guerra e le uccisioni inquadrandole nel contesto degli aspetti storici, economici e politici. Io credo però, per completare il quadro, si debba tenere conto che si tratta di un fenomeno neurale. Normalmente sarebbe inconcepibile pensare di uccidere il proprio vicino, e allora che cosa permette all’improvviso a centinaia o migliaia di persone di fare proprio questo? Com’è possibile che certe situazioni mandino in cortocircuito la normale funzione sociale del cervello?
Il neurochirurgo Itzhak Fried fa notare che, osservando azioni violente in giro per il mondo, potete individuare ovunque lo stesso tipo di comportamento. È come se le persone si scostassero dalla loro normale funzione cerebrale per agire in maniera specifica. Proprio come un medico per diagnosticare la polmonite controlla i sintomi della tosse e della febbre, così Fried ipotizzò che si possano cercare, e identificare, particolari comportamenti che caratterizzano gli autori di atti violenti, e li battezzò «Sindrome E». Nel quadro teorico di Fried, la sindrome E è caratterizzata dall’indebolimento della reattività emotiva, il che permette di compiere ripetuti atti di violenza; include altresì uno stato di sovreccitazione, in tedesco “Rausch” (ebbrezza, sbornia), un senso di esaltazione provocata dagli atti stessi. È un contagio di gruppo: tutti lo fanno e l’atto si diffonde e prende piede. Esiste una categorizzazione che permette a un individuo di prendersi cura della sua famiglia, mentre commette violenza contro la famiglia di un’altra persona.
Dal punto di vista neuroscientifico, il dato importante è che le altre funzioni cerebrali, quali il linguaggio, la memoria, e la soluzione dei problemi, restano intatte. Se ne ricava che non si tratta di un cambiamento che coinvolge tutto il cervello, ma si limita alle aree preposte alle emozioni e all’empatia. È come se avvenisse un cortocircuito: quelle aree cerebrali non partecipano più alle decisioni. Le scelte del colpevole sono, invece, alimentate dalle parti del cervello che sovrintendono la logica, la memoria e il ragionamento e così via, ma non coinvolgono le reti emozionali, che spingono a considerare come si stia nei panni altrui. Secondo Fried, ciò equivale a disimpegno morale. Le persone non usano più i sistemi emotivi che in circostanze normali guidano le loro decisioni sociali.

Di Andrea Valitutti


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