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Oltre la Disney? In Russia si può

Scritto da il 24 Marzo 2021

Soundtrack da ascoltare durante la lettura: “Once Upon a Time” – The Smashing Pumpkins

Oggi ci addentreremo negli antichi enigmi dei boschi fiabeschi, passeggiando tra castelli stregati e creature surreali. Approderemo poi nel colorato mondo dei fotogrammi animati, ma con una prospettiva un po’ diversa…

C’era una volta e una volta non c’era

Così inizia la storia di Vassilissa, la fanciulla di uno dei più celebri racconti russi. Il termine per indicare la parola fiaba è skazka, “ciò che si dice”.

I personaggi ed i temi delle fiabe ricorrono oltre i secoli ed i confini fisici, perché rappresentano archetipi che scaturiscono dall’inconscio collettivo dei popoli, e che in modo affascinante li accomunano.

Così, ritroviamo una giovane donna avvelenata nel racconto dei fratelli Grimm, al quale il cartone Disney guarda, ma anche in quello di Alexander Pushkin, ispirazione per “Il racconto della principessa russa e dei sette cavalieri”.

Qui i nani sono sostituiti da valorosi cavalieri, ma l’immaginario della giovane avvelenata resta trasversale, perché trasversale è il tema dell’inganno della realtà, del percorso di costruzione e maturazione del sé che implica la presa di consapevolezza della propria e altrui identità.

Quello delle fiabe russe è un mondo lirico e sfavillante, in cui l’uomo non si è ancora appropriato della poesia della natura, non ne ha permeato il mistero.

Il nostro immaginario fiabesco è dominato irrimediabilmente dalle rappresentazioni occidentali, prime ed imbattute per popolarità quelle che l’impero Disney ha creato.

Ma oltre la cortina di ferro, durante i decenni della Guerra Fredda, è un’altra l’Istituzione che ha donato soffio vitale alle illustrazioni delle fiabe, succedutesi nei secoli fino a perdere memoria della propria origine.

Lo studio cinematografico Sojuzmul’tfil’m, fondato nel 1936, ha prodotto la bellezza di 1500 film d’animazione. Ad esso è stato intitolato un treno della Metropolitana di Mosca, a riprova di quanto abbia profondamente permeato la cultura popolare.

Doppi e opposti

Rusalochka è la Sirenetta russa, dai toni nettamente più drammatici, ma anche più fedele alla versione originale della fiaba di Hans Christian Andersen. Il film d’animazione sovietico non rassicura, non ambisce al lieto fine, ma punta tutto sul simbolismo delle immagini. I disegni sono magnifici, decisamente differenti rispetto alle morbide linee disneyane: sovrapposizioni di stili diversi, richiami onirici e colori cupi compongono animazioni dalla straordinaria potenza evocativa.

Rusalochka – The Little Mermaid Russian Soyuzmultfilm 1968 – YouTube

Un altro classico di Andersen animato dalla Sojuzmul’tfil’m è La Regina delle Nevi. La storia corrisponde grossomodo al cartone Frozen, ma la sua creazione lo precede di molto, risale infatti al 1957.

Oltre ad essere la primissima trasposizione della fiaba danese, rappresenta anche un caso unico di acquisto di un film sovietico da parte di una produzione americana: la Universal Pictures ne acquisì i diritti appena due anni dopo la distribuzione in URRS.

Ultima chicca di questa breve fenomenologia dell’animazione sovietica è Il Fiore Scarlatto, del 1952. Un altro antecedente, de La bella e la Bestia, questa volta, con differenze di trama poco sostanziali. Belle è figlia unica, mentre qui Nastja ha due malvage sorelle maggiori, che però non riescono ad impedire il compiersi del lieto fine. Il fascino del cartone, oltre al contesto delle ambientazioni, differente da quello cui siamo abituati e per questo d’impatto, risiede nel registro cromatico. Ogni tonalità è incredibilmente densa, quasi una colata di tempera, ed il rosso è presente in pressoché ogni singolo fotogramma.

Alenkiy tsvetochek (The Scarlet Flower) – YouTube

Non solo corsa agli armamenti

La competizione egemonica ha dato impulso all’affinamento delle più disparate discipline artistiche.

Il cartoon è sicuramente tra quelle meno considerate, ma per il suo stretto collegamento con la fiaba – e per questa via, dicevamo, con i simbolismi ancestrali di un popolo – merita perlomeno un tentativo da parte della sottoscritta di suscitare curiosità.

Non tanto per la presunzione di arrivare a disquisire di sottili differenze culturali, ma fosse anche solo per aprire un diverso squarcio attraverso cui guardare con occhi infantili e meravigliati, le cose che potrebbero essere e non sono.

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