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Muhammad Ali rompe i taboo razziali e politici

Scritto da il 28 Ottobre 2020

Soundtrack da ascoltare durante la lettura: “Mujammad Ali” – Marco Mengoni

In onda da Domenica 18 Ottobre su Sky Arte, Muhammad Ali & Dick Cavett – storia di un’amicizia, è un docufilm che ripercorre l’amicizia e i dialoghi dei due.

Muhammad Ali fu ospite molteplici volte al Dick Cavett Show dove, con ironia e leggerezza, riuscì a trattare temi scottanti nell’America di inizio anni ’70.

Allora conosciuto col nome di battesimo, Cassius Clay, salì alla ribalta nel mondo della Boxe all’età di 18 anni, con la medaglia d’oro dei pesi massimi leggeri alle Olimpiadi di Roma nel 1960. Fu privato del titolo pochi anni dopo, per il suo rifiuto di arruolarsi per l’imminente guerra del Vietnam. Il giudice non ritenne sufficienti le motivazioni etiche e religiose di Ali. La Corte suprema revocò la condanna, ma ciò lo portò lontano dal ring per diversi anni.

L’impegno sociale

Con l’allontanamento temporaneo dalla Boxe, Ali decise di sfruttare la sua fama per innescare discussioni sull’ingiustizia razziale, religiosa e politica nelle famiglie statunitensi. Tra il 1969 e il 1974 il suo grande amico Dick Cavett lo invitò più di quindici volte al suo show. Un programma grazie al quale il conduttore ebbe l’opportunità di intervistare molti dei personaggi più importanti dell’epoca, da Salvador Dalì a Jimi Hendrix, da Sophia Loren ad Alfred Hitchcock e tanti altri.

Per il prossimo ospite non esistono complimenti che non si sia già fatto da solo, ma sono contento di unirmi a lui e a milioni di altri. Senza dubbio è uno dei più grandi sportivi che il mondo abbia conosciuto. Anzi, se mi sta ascoltando è lo sportivo più grande del pianeta. Affascinante, attraente, stonato come una campana, ma anche alto e forte, ladies and gentleman Mr. Muhammad Ali”.

Dick Cavett

Queste le parole con cui Dick Cavett presentò per la prima volta Cassius Clay nel suo programma, un ospite sicuro di sé ma allo stesso tempo autoironico. Frasi scherzose, proprio come quando si parla con un fratello. Se c’era qualcosa che sapeva fare bene il pugile, però, era rispondere colpo su colpo. Tanto sul ring quanto in giacca e cravatta seduto comodo in poltrona. I due riuscirono, grazie alla loro complicità, a trattare argomenti fino al quel momento “taboo” nei talk show americani. Che si parlasse di boxe, razzismo o del suo rifiuto alla chiamata alle armi, Ali si dimostrava sempre spigliato, divertente e provocatorio. Riusciva a prendersi la scena grazie al suo carisma e all’arguzia con cui rispondeva ogni volta al conduttore.

“Tu sei un uomo acuto, ti pagano per stare qui a pensare, ma io ti tengo testa. Dovrei prendere il tuo posto.” disse Ali in una delle loro chiacchierate. Solo un esempio di come i due amassero stuzzicarsi a vicenda, non oltrepassando mai i limiti.

In un altro dei loro dibattiti il pugile si cimentò in un monologo partendo da una semplice domanda: “Why is Jesus white?”. Perché Gesù è bianco? Con la solita ironia e leggerezza espose la sua denuncia verso questi dogmi sociali. Ad esempio su come la parola “white” venga associata a cose positive, come appunto Gesù, o la residenza del presidente americano, mentre “black” sia vista come negativa, come il gatto nero che non devi incontrare per strada.

Storia di un’amicizia

In onda da Domenica 18 Ottobre su Sky Arte, Muhammad Ali & Dick Cavett – storia di un’amicizia, è un docufilm che ripercorre l’amicizia e i dialoghi dei due. La pellicola include numerose interviste tra cui l’attivista per i diritti civili nonché il reverendo Al Sharpton, lo scrittore di sport e commentatore di lunga data per il campionato mondiale di boxe HBO Larry Merchant, il biografo di Ali Thomas Hauser, l’editorialista Juan Williams e l’autore Ilyasah Shabazz. Presenti anche vecchie interviste del Dick Cavett Show come quella all’ex allenatore di Ali Angelo Dundee e ai campioni di boxe Joe Louis, Sugar Ray Robinson e Joe Frazier.

Muhammad Ali

Il film mostra come certi argomenti siano terribilmente attuali, e come l’eredità lasciata dal pugile vada al di fuori del mondo sportivo. Riuscì a dimostrare qualcosa di più grande della sola abilità sul ring. Divenne infatti un simbolo della lotta contro le diversità razziali e politiche negli Stati Uniti. Ali porterà in alto la torcia olimpica ad Atlanta nel 1996, tremante a causa del morbo di Parkinson da cui era affetto. Come a voler lasciare ai posteri un’ immagine della sua infinita guerra in favore dei diritti.


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