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Moravia: un’eredità invisibile

Scritto da il 26 Settembre 2020

Soundtrack da ascoltare durante la lettura: “Un romantico a Milano” – Baustelle

Moravia

Trent’anni precisi dalla morte di Moravia. Un’infinità o troppo pochi. La storia ci chiede di ricordare, e io mi chiedo: cosa in realtà ricordiamo? Quello che ci raccontavano i nostri nonni, i genitori, che lo vedevano tutti i giorni in televisione o sui giornali? I nostri maestri o professori che su di lui, con lui, hanno studiato il modo di trasmetterci qualcosa di importante? Una passione, un amore: la letteratura. Perché questa è la sua storia, l’amore di tutta la vita. Un amore durato fino alla morte. Una vicenda relativamente recente. Trent’anni.

La vita

Alberto Pincherle, così all’anagrafe, nasce a Roma il 28 novembre 1907. Borghesia benestante, di origine lontanamente ebraica, ma intrecciata con cariche delle istituzioni e dello Stato. Circostanza che eviterà alla famiglia non pochi problemi sotto il regime. Se li andrà a cercare lui stesso più avanti. Giovanissimo, la sua salute viene minata nell’anima e del corpo (una tubercolosi ossea che lo terrà a letto per cinque anni) che lo spinge, costringe, a guardare, già adolescente, il mondo da un punto di vista diverso, o semplicemente esterno. Questo mondo lui lo vuole raccontare. Perché è un narratore nato, ce l’ha nel sangue, insieme alla tubercolosi, e tutti se ne accorgono presto. A 18 anni pubblica Gli Indifferenti. Un successo straordinario. Racconta il solo mondo che fino ad allora egli abbia mai conosciuto, sebbene da lontano: la borghesia. Quella bella ed elegante… ma corrotta, a volte bassa, persino malata. È il suo humus, e non se ne vorrà mai distaccare. E questo già in controtendenza, mentre tutti gli altri, i numerosissimi scrittori dell’epoca, preferivano unirsi a riviste o in movimenti, ricordare le memorie del passato, le glorie e le atrocità della guerra (cosa che continueranno a fare fino a Primo Levi) Moravia preferiva raccontare ciò che lo circondava, la realtà. Vera e scomoda, a volte. Tanto che, subito, gli valse le prime manifestazioni di scontento dal regime, diventate poi azioni concrete dopo la pubblicazione de La Mascherata (1941) a ad alcuni scritti sui giornali, che lo costringono a fuggire da Roma.

Le prime critiche

Moravia, criticato lo è sempre stato, qualsiasi cosa facesse. Dagli inizi a sempre, anche oggi.  È sempre stata questa la sua maledizione. Uno scrittore che, come pochi nella storia della letteratura mondiale, è stato più apprezzato in vita che in morte.  Dal 1990, il 26 settembre, si parla poco di lui e del peso che ha avuto nella nostra letteratura. Non uso questa parola a caso. Io, personalmente, ho fatto la conoscenza di Moravia molto tardi, l’ho evitato al liceo come la peste dei Promessi Sposi, e anche fin dopo l’università. Mi appariva conforme, vetusto, arido di emozioni. Preferivo gli slanci emotivi al lirismo fluido. Tutte opinioni che alla prima lettura a scuola, mi hanno spinto a leggere controvoglia ogni sua opera. Lo stesso percorso di studi, d’altronde, non insisteva nel farmi cambiare idea. Gli studenti se lo trovano lì, sulle pagine dei manuali, eretto come un monumento sui libri di storia della letteratura. Un colosso ineguagliabile della narrativa, recitavano le didascalie in neretto, ma senza spiegarci il perché. Poi, ad andare a vedere, a leggere le antologie, a sentire i professori, le opinioni scambiate fra studenti, a leggere le critiche letterarie si ridimensionava. Soprattutto per via della critica postuma. Si sono dette di lui tante cose. Tutti siamo d’accordo su un punto.

È pesante

E molti hanno osato dirglielo in faccia. Ma -specialmente negli ultimi trent’anni- si è fatto di tutto per  cercare di dimenticare la sua lezione, di superare il suo modello, di liberarsi dal trittico Moravia-Pasolini-Calvino che la cultura preponderante ha imposto precedentemente.  Tanto era mastodontico e gravoso il confronto tra loro e gli altri.  La critica postuma è arrivata al punto di mettere in discussione la levatura della sua opera, o almeno di metterne in discussione alcuni aspetti. Ridimensionarlo. Un tentativo goffo, ma sensato, i giganti si devono sorpassare. Ma finché era in vita, il Moravia intellettuale, almeno secondo l’opinione conforme, è stato un intoccabile nella letteratura per sessant’anni. Ha calcato le spoglie dell’uomo uscito a stento dalla Prima Guerra Mondiale, attraversato il Fascismo e il neocapitalismo italiano del dopoguerra, fino alle soglie del millennio. Tutto il Novecento.

Lo stile

Moravia
Moravia con Elsa Morante

Tutte le critiche, in vita e in morte non potevano esimersi dal riconoscere a Moravia un talento narrativo, di cui egli stesso è consapevole. E lui, davvero, il suo talento lo coltivava ogni giorno. Un rituale sacro, descritto da lui stesso e da chi lo conosceva bene cui teneva fede quotidianamente, senza eccezione. L’unico momento di interruzione del lavoro fu quando dovette scappare da Roma con Elsa Morante, sua moglie, a seguito di alcuni articoli invisi al regime fascista; rimasto letteralmente impantanato in una stalla sulla via che portava a Capri, vicino Fondi, non scrisse nulla per un anno. Semplicemente perché non aveva la carta. “Il periodo più felice della mia vita”, disse poi. Nessuno gli impedì di prendere nota di un altro tipo di realtà, quello che poi avrebbe messo in campo ne La Ciociara (1957). Un artigiano dell’arte. Esercizio che gli ha dato sicurezza. Moravia non si cura affatto dello stile, non è uno di quegli scrittori che si macerano sulla pagina, non concepisce variazioni né riscritture. Ogni parola esaurisce il suo significato nel momento stesso in cui viene prodotta.  E non solo l’esercizio, ma la produzione fittissima di racconti (mentre scriveva i romanzi), saggi, elzeviri, articoli, opinioni, riflessioni, reportage di viaggio, lettere agli amici, contribuisce a formarlo.  Qualsiasi esperienza era spunto narrativo, di riflessione, di indagine, come se ci fosse un’ansia sottesa di partecipazione e di azione. Che mette al servizio delle sue storie.

Ma lo accusano, allora, di immobilismo dei personaggi

Ho di Moravia due immagini costanti in mente. La prima è il ritratto che ha fatto di lui il pittore Renato Guttuso, conservato alla Casa Museo Alberto Moravia, l’immagine più nitida che ho di lui. Come un vecchio zio, seduto su una poltrona, l’immancabile maglione rosso a collo alto, e completo blu, la sua divisa. Le sopracciglia memorabili, lo sguardo torvo e pensoso.  Eppure guardate le gambe, una posizione che sembra statica a prima vista.  Ma, come testimoniano diversi amici, Moravia era un impaziente, agitava le gambe, di continuo, da seduto, a teatro, o semplicemente parlando al telefono con l’ editore o il critico di turno. Sono gambe pronte a saltare in piedi. Le mani, chiuse, grandi, nodose, pronte ad aprirsi, ad intervenire qualsiasi cosa accada. La sua stessa vita di intellettuale impegnato lo testimonia. Sempre pronto a dire la sua su qualsiasi argomento sociale o politico (ne è ritratto comico un bel video video ideato da Indro Montanelli, in cui l’esistenza di Moravia oscilla tra pigrizia e telefonate indiscrete che gli impediscono di lavorare). Lo scambio culturale con i suoi amici, tanti e stretti, (i più illustri Pier Paolo Pasolini e Enzo Siciliano) che, immaginiamo, abbia sfruttato nel miglior modo possibile.  Possono essere immobili i suoi personaggi?

Di fatto sì, nell’azione

Ma sono pieni di vita, in una esistenza fatta di pensieri, riflessioni tortuose che influenzano le loro scelte.  Hanno un’intensa voglia di agire, semplicemente non ci riescono. Moravia prende le mosse da un tipo di personaggio, molto indagato nella letteratura del primo Novecento e portato a livello elevato da Italo Svevo, in Senilità e ne La Coscienza di Zeno (in questo blog, è presente un bell’articolo di Veronica di Sero). L’inetto. Colui che non sa vivere. Non perché non ne sia in grado. Gli manca un afflato, una scintilla di energia che gli permette di affrontare le situazioni, invece di subirle passivamente. Una carica che era qualità distintiva nella classe borghese della bell’époque, ma che si è andata macerando, consumando, fino a generare un decadentismo dell’anima di cui Moravia è testimone sublime. I suoi personaggi altrettanto. Trovandosi di fronte a una realtà che disprezzano hanno un’intensa voglia di correggere il presente.

L’epiteto di “moralista”

È una delle attribuzioni più diffuse che lo definivano. Immagino ne fosse lusingato, dal momento che adorava Dostoevskij. Lo stesso Moravia si è appropriato di questa definizione. Tanto che, sempre di più costruisce la sua narrativa su schemi etici, quasi che i suoi personaggi ne fossero incarnazione. A partire dai titoli: La Disubbidienza (1948), Il Conformista (1951); Il Disprezzo (1954), La Noia (1960). Amava partire dall’astratto e, attraverso una situazione reale e particolare, arrivarne al significato. Non profondo. Altra accusa,  infatti, era anche di superficialità. Nessun Velo di Maya, rimandando a un bell’articolo del nostro Tommaso Natale. La verità è che non gli interessava andare a scavare nella psiche. Una cosa è una cosa, per citare un altro titolo (1967). Non vuole dire semplicemente che una cosa non può essere diversa da come appare, vuole sottolineare lo stretto legame che c’è tra l’essenza e la sua manifestazione. Decadente in questo caso, priva di ogni vibrazione o slancio. Indifferente. Questa era la realtà per lui, e tale ce la fa percepire attraverso le parole. Non è questo il fine ultimo della scrittura?

Non vuol dire che fosse monocorde

La critica più maligna è più vera è che per tutta la carriera Moravia non abbia fatto altro che tentare di riscrivere il primo libro.  Vera perché i suoi temi ritornano quasi ossessivamente. Moravia ha avuto la sua fortuna nel riuscire a capire qual era il suo tema principale. Una fortuna, o una lucidità, che prima di lui ebbe soltanto Pirandello. La vita gli ha insegnato a usare questa visione come filtro per decifrare la realtà e testimoniare, non spiegare, le sue manifestazioni.  Non vuol dire che questa visione non si sia trasformata. Attraverso l’esperienza di vita o la varietà della forma letteraria. E non ce n’è una che non abbia praticato. Dal romanzo alla didascalia, passando per la scrittura cinematografica (sua la sceneggiatura di Ossessione di Visconti del 1943). Scegliendo temi che erano decisamente scomodi nella sua epoca.

Temi

Questo è quello che più mi viene da opporre a chi fa del conformismo, il segreto del suo successo. Nello stile, può darsi che sia vero. Non ha disintegrato le strutture del romanzo come alcuni geniali contemporanei, come Joyce o lo stesso Svevo. Ma ha introdotto temi che nessuno aveva mai osato sfiorare. Il sesso, prima di tutto,  che riteneva l’unico strumento per comprendere e forse eludere la realtà, possibile via di uscita dall’aridità dell’esistenza, o semplicemente modo per sperimentare quell’afflato di vita a cui i suoi personaggi aspiravano. O semplicemente di scoperta del mondo. Soprattutto in Agostino (1943), in piena epoca fascista. Come, sempre al periodo fascista appartiene il sopra citato La mascherata (1941) il cui malcelato richiamo alla dittatura di Mussolini gli valse la persecuzione (usò vari pseudonimi per pubblicare sui giornali in quel periodo). Un narratore, un intellettuale prima di tutto, che ha attraversato così tanti mutamenti sociali, politici e antropologici, e che è riuscito a rimanere integro e fedele a se stesso, come può essere conformista?

Un modello

Mi viene da pensare che la forma lui l’abbia creata. Quella che noi oggi, se scrittori, scegliamo di seguire o tradire. Che noi, se lettori, scegliamo di leggere oppure no. Un libro, un autore, può anche non piacere. Ma una cosa che non si può non vedere, quando si prende una via, è il segno del passaggio di chi l’ha percorsa. E Moravia ha lasciato un’impronta gigantesca nel Novecento. Senza avere allievi, ha creato un metodo, un modello di comportamento intellettuale che prima non c’era. Un modello che ci ha influenzato, nel modo di sognare le nostre ambizioni culturali, nel modo di porci al mondo culturale. È arrivato il momento di evocare la seconda immagine fissa che ho quando penso a Moravia, una figura che spesso ritrovo passeggiando per le vie di Roma. È meno nitida della prima. Più evanescente, un vecchio monumento dimenticato dal tempo. Una colonna non famosa nel foro. Sta lì, nuda e spoglia.  Ma quella colonna reggeva, una volta, un’immagine importante. Qualcosa che un po’ ci appartiene.

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