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Il mistero dei cerchi delle fate in Namibia: tra scienza e mito

Scritto da il 10 Marzo 2017

Cerchio delle fate. È un nuovo prodotto cosmetico per la pelle? Un libro di fantascienza per teenagers? O magari  il titolo di un potente incantesimo per pochi adepti praticanti della magia oscura?

Nulla di tutto ciò: il cosiddetto “cerchio delle fate” non è altro che una curiosissima area di terreno arido, circondato lungo la sua circonferenza da una perfetta linea di vegetazione rigogliosa e verdeggiante.

Dire che si tratta di fenomeni molto impressionanti –basti pensare che questi cerchi possono raggiungere un diametro di addirittura 12 metri di ampiezza e vivere per oltre i 75 anni- a livello paesaggistico, non rende loro giustizia: per farsi un’idea bisogna osservare con i propri occhi, pertanto vi proponiamo qualche immagine, disseminata lungo questo articolo, che speriamo catturi la vostra curiosità e possa appassionarvi a questo vero e proprio mistero della Natura.
Ora che finalmente abbiamo formato nella nostra mente un’idea più chiara di questi cerchi delle fate, è tempo di scoprirne di più.
Innanzitutto, collochiamoli in uno spazio e in un tempo: i cerchi si sviluppano in grande quantità in Namibia, lungo duemila chilometri di deserto, caratteristico dell’Africa sud-occidentale.
Fa parte di una tradizione millenaria del popolo degli Himba considerare i cerchi delle fate come un intervento divino a opera di Mukuru, portatore di pioggia e guaritore dei malati.
Ma gli Himba non sono i soli a coltivare il “mito” di tali fenomeni paesaggistici: da un po’ di anni a questa parte, infatti, è stato reso possibile ai turisti l’adozione di un cerchio delle fate a propria scelta, con tanto di cartello identificativo e di coordinate geografiche per poterlo vedere crescere ed ammirare ovunque essi si trovino tramite Google Earth!

Per non parlare poi degli studiosi che sono giunti da ogni dove per prelevare campioni di terra, impiantare sonde e rilevatori del tasso di umidità, apportare modifiche all’ambiente microbiologico, isolare i cerchi dall’esterno mediante teli impermeabili… Il tutto per tentare di rispondere all’interrogativo che accomuna ciascuno di loro: “Perché non cresce nulla all’interno dei cerchi, mentre lungo la loro circonferenza si staglia una vegetazione rigogliosa pur dovendo sopportare la siccità del deserto?”
Pur non avendo ancora trovato la chiave per risolvere questo mistero, gli scienziati non demordono ed anzi sono sempre più attivi nel campo della ricerca e della sperimentazione, tanto da offrirci già numerose e più che valide teorie che un giorno magari potrebbero diventare molto di più. Ecco illustrate brevemente le più accreditate (finora):

In primis, il ricercatore Norbert Juergens, notando la presenza di termiti all’interno di ciascuna area durante la formazione dei cerchi, ed una “scorta” d’acqua nel sottosuolo persino durante la stagione secca, è giunto a sostenere il loro determinante coinvolgimento nell’avvenimento di questo fenomeno.
Tali piccoli insetti, infatti, si cibano delle radici della vegetazione che cresce dopo le piogge; esse creano le condizioni ideali per garantire il mantenimento dell’umidità in modo da trattenerla per lunghi periodi nel sottosuolo, assicurando così la loro sopravvivenza in un ambiente desertico.
È  probabile che dentro l’anello l’acqua piovana non venga persa perché non evapora attraverso le piante ma viene conservata nelle profondità del suolo sabbioso. L’accumulo d’acqua aiuta l’erba a prosperare lungo i margini del cerchio trasformandolo in ciò che conosciamo.

Anche lo studioso Willem Jankowitz si è fatto avanti, formulando una teoria sulla base di un esperimento che vede coinvolti due cerchi delle fate, di cui uno posto in un contenitore chiuso, e l’altro in un recipiente aperto.
Ciò che Willem si era proposto di verificare attraverso queste modifiche ai terreni era la presenza o meno di gas metano che con le sue esalazioni dal sottosuolo verso l’alto inibisse la crescita della vegetazione dei punti di traspirazione del medesimo.
Dalle sperimentazioni è emerso che le piante inserite in contenitori chiusi, e quindi non a contatto con il metano, crescevano maggiormente rispetto alle piante all’aperto: questo risultato incoraggia la supposizione che un gas prodotto dal terreno dei cerchi inibisca la crescita delle piante.

Qualunque sia la verità, non ci resta che aspettare pazientemente senza arrovellarci troppo: dopotutto, non è forse meglio ingannare l’attesa godendoci la vista di questo suggestivo paesaggio, altro piccolo grande capolavoro della Natura?


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