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Milan Kundera: quando la leggerezza è insostenibile

Scritto da il 1 Aprile 2021

Soundtrack da ascoltare durante la lettura: “Questa insostenibile leggerezza dell’essere” – Antonello Venditti

Immaginate che saggistica e narrativa possano unirsi creando meravigliosi prodotti. Analisi dettagliate sulla vita, sull’amore, sul genere umano. Realizzate, ora, che questo è stato già fatto. E, se non lo sapevate prima, c’è bisogno di recuperare. Questo e tanto altro è Milan Kundera, l’autore ceco naturalizzato francese più famoso del Novecento, nato a Brno, in quella che era allora la Cecoslovacchia, il 1 aprile 1929.

La sua arte è un miscuglio perfetto di tanti saperi, che vanno dalla musica alla letteratura passando anche per il cinema e arrivando fino alla storia. Figlio del direttore dell’accademia musicale di Brno, Milan con la musica ci è cresciuto. L’ha studiata, e nel frattempo scriveva poesie. E poi si è laureato, nel 1948, alla Scuola di Cinema.

Le opere di Kundera hanno titoli emblematici, spesso composti da un solo termine su cui gira ogni storia raccontata. L’ignoranza, La lentezza, Lo scherzo. E poi ce ne sono altri che, decisamente, sono più complessi, soprattutto nell’interpretazione. La vita è altrove, Il libro del riso e dell’oblio, Il valzer degli addii. E poi c’è lui, L’insostenibile leggerezza dell’essere. Tre parole che contrastano tra loro, ma più si ripetono in testa più sono musica. 

Ero entrata, per caso, in una libreria, tempo fa, in un paesino della riviera abruzzese. Non dovevo comprare nulla. Ma questo titolo ha conquistato la mia attenzione. Il libro era ancora confezionato, e non potevo sfogliarlo. Sul retro, il commento di Calvino. Mi è toccato fidarmi. Mi chiedevo come fosse possibile accostare i termini “insostenibile” e “leggerezza”. E Kundera lo spiega egregiamente. Un libro letto e riletto che, ad oggi, ha ancora tanto da insegnare.

Sul caso, sull’“eterno ritorno” di Nietzsche, sulla musica. Quattro personaggi, che possono essere, semplicemente, degli stereotipi dell’amore. Tomáš è donnaiolo ma ama Tereza, la quale è rimasta colpita fin da subito da lui. Ma c’è anche Sabina, amante di Tomáš che non si trova male nella sua condizione, finché non arriva Franz. Una trama che si snoda tra il passato e il presente dei protagonisti, ma anche della Cecoslovacchia e del regime – con la Primavera di Praga sullo sfondo, che Kundera ha appoggiato fermamente, intervallata da più o meno estesi interventi di vera e propria saggistica.

Tomáš è convinto della sua vita fin quando non conosce Tereza. Tereza capisce, invece, che la propria vita deve cambiare, grazie a Tomáš. Sabina e Franz sono l’uno l’opposto dell’altra, e forse proprio per questo potrebbero stare insieme. Come spiegare tutto questo, se non con la filosofia, la storia, l’etimologia? Ecco come Milan Kundera entra nella narrazione, senza essere mai pesante.

Tutti noi consideriamo impensabile che l’amore della nostra vita possa essere qualcosa di leggero, qualcosa che non ha peso; riteniamo che il nostro amore sia qualcosa che doveva necessariamente essere, che senza di esso la nostra vita non sarebbe stata la nostra vita.

E questo è solo un assaggio di quanto questo autore abbia la capacità di trovare le parole per descrivere la nostra essenza di esseri umani. Interventi puntuali che fanno riflettere sulla nostra condizione, senza che ci si rispecchi per forza nella storia raccontata. Non c’è da chiedersi come Kundera sia diventato un vero e proprio fenomeno con questo romanzo-saggio, bisogna leggerlo e basta.


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