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Marlee Matlin, la donna sorda, regina della vita muta espressiva

Scritto da il 18 Dicembre 2020

Soundtrack da ascoltare durante la lettura: “Silence and sound” – Micheal Convertino

“Io sostengo con forza le donne sorde, le quali possono fare tutto ciò che vogliono. Arrivare a toccare qualsiasi confine. Alla mia tenera età, capii che niente è impossibile, se hai la forza e la determinazione per intraprenderlo.”

Marlee Matlin, donna e attrice sorda di grande caparbietà, straordinaria intelligenza, bravura e bellezza. Sostiene e lotta, dopo anni di rivoluzione, con e per il mondo dei sordi. Lanciando il messaggio che la sordità è una disabilità invisibile, solo se noi la rendiamo tale.

La sordità attraverso la parola muta ed ostinata di Matlin

“Sono cresciuta con il desiderio, fin da bambina, di diventare un’attrice. Ho parlato di questo ai miei genitori, agli amici e ai miei insegnanti che mi hanno incoraggiato immediatamente. Mi hanno supportato fino alla fine, fin quando non ho ricevuto un grande No, il primo di infiniti rifiuti. Eppure ce l’ho fatta. Non mi sono mai arresa.”

Marlee M. una donna che non ha mai smesso di combattere per entrare a far parte del mondo cinematografico, arrivando addirittura a toccare la punta di Hollywood. Vince a soli 21 anni il primo Oscar come migliore attrice ed è la prima volta che una donna così giovane e con una disabilità come la sordità arriva ad ottenere il premio più ambito del Cinema.

Assegnazione del Premio Oscar com Migliore Attrice Protagonista a Marlee Matlin, nel 1987 al film “Figli di un Dio minore”. Annunciata, durante la premiazione da William Hurt, protagonista del film medesimo.

“Ha un talento insolito per concentrare le sue emozioni – e quelle di un pubblico – nella sua firma. Ma c’è qualcosa di più qui, un’intelligenza ironica, uno spirito feroce ma non allontanante, che i film, con la loro famosa capacità di fotografare il pensiero, scoprono in pochissime performance.” Afferma così Richard Schickel della rivista Time.

La sfida più dura è stata comunicare un’arte come quella della recitazione attraverso una lingua muta, legata da Segni che interfacciano una Lingua vera e propria.

Una comunicazione senza la parola, un’obiettivo temerario, ma riuscito eccellentemente da una star come Matlin. Lei diva della recitazione che divulga e diffonde attraverso ciò che va oltre la parola: lo sguardo ironico, tenace e ribelle dell’arte recitativa.

Marlee Matlin, onoraria non solo della Walk of Fame, ma ottiene due nomination per i Golden Globe come migliore attrice e quattro per gli Emmy Award.

Figli di un Dio minore, la sintesi che dà inizio alla sua parola muta e ribelle

Marlee debutta a sette anni in un teatro per bambini, il Centro Internazionale di Sordità ed Arti, come Dorothy nel Mago di Oz. Fin quando non venne notata da Henry Winkler e da lì, la portarono al successo con Children of a lesser God, ossia I figli di un Dio minore.

Robert Ebert del Chicago Sun-Times la descrive in questo modo, dopo aver visto il film che la condusse all’ascesa del suo successo I figli di un Dio minore, facendola scalare in vari scenari: serie tv, film, interprete scenica in canzoni di grandi successo.

La sua impressione fu così grande che scrisse di lei:”Si oppone alla potenza con cui recita, portando scene con una passione e una paura quasi dolorosa di essere ferita o rifiutata, che è davvero ciò di cui parla la sua ribellione.

La regista Randa Haines, parla al cuore in molti modi: per l’abile confezione, per l’efficacia di alcune scene per la sottigliezza di altre, per la sua furbizia. Definito così dalla critica cinematografica, il film Child of a Lesser God, ci risucchia senza alcuna presa di posizione, ma scandendo l’argomento della sordità, attraverso gli occhi di chi la vive in maniera totale.

Marlee Matlin, l’attrice americana, è nata sorda dalla nascita. La sua interpretazione è sublime e tramite la delicatezza e la coscienza intellettiva della regia di Haines si toccano, in punta di piedi, determinati punti salienti, tra cui: i pregiudizi sputati meschinamente, l’importanza della convivialità con l’altro, l’inclusione a 360 gradi.

Solo gli stupidi che ci sentono benissimo credono che i sordi siano Anche stupidi. Così rassicura James Leed, insegnante dell’Istituto per Sordi e compagno futuro di Sarah, la quale mostra un carattere spavaldo e tenace, ma conserva dentro di lei ancora dettagli profondi del suo passato di umiliazioni relative alla sua sordità.

Chi non era a conoscenza del suo problema, avrebbe detto e pensato che era perfettamente normale.

La sordità è una disabilità apparentemente cieca, definito così anche dalla madre di Sarah, che smise di parlare alla figlia poiché non ebbe il coraggio di accostarsi al suo mondo, non imparando mai la Lingua dei Segni. Invece lei, la protagonista, si rifiuta di comunicare attraverso la sua voce, per motivi di bullismo derivanti dalla sua adolescenza.

Il film attraversa una serie di crisi personali ed interpersonali tra Sarah stessa e con James, che cerca di aiutarla nell’inclusione nel mondo degli udenti. Un percorso filmico che ci fa assaporare, come in un percorso senza fiato sulle montagne russe, la simbiosi di due universi opposti, ma scanditi da sonorità ed intepretazioni sublimi.

La musica crea un legame indistinto tra i due, i quali cercano di fondersi in un solo momento creato dalle sensazioni musicali. Lui le chiede come sia possibile che lei possa riuscire a ballare, data la mancanza di udito. Lei le risponde così: “le vibrazioni mi giungono al naso e sento questa irrefrenabile voglia di muovermi, senza ascoltare profondamente.

La sinfonia diventa anche motivo di crisi esistenziale nel rapporto interpersonale. S’irradia la consapevolezza in James. Si rende conto che la musica classica non gli dà più gioia, perché non può condividerla con la sua compagna sorda. Sarah, avendo una disabilità pressante, ricorda al suo compagno che non ci si può fermare sulla soglia dell’impossibile, ma guardare dentro di noi e nelle nostre capacità.

Sarah è una giovane donna con momenti di pura introversione. Ma è pronta ad accettare i suoi limiti e superarli grazie al suo braccio destro, James, il suo compagno.

James e Sarah durante la visione di “A qualcuno piace caldo”, mentre lui le segna l’intero film

La regista Hains coglie nel segno. Pone l’interrogativo universale che racchiude una risposta illuminante per la convivenza pura e stabile: James chiede a Sarah se i due potranno mai incontrarsi, un giorno, in un posto oltre la voce e il silenzio. Un luogo dove non vi sarà distinzione, ma completa unione tra i due, senza etichette imposte da una società.

Marlee Matlin figura non solo l’immagine di una grandissima attrice, esponenziale e di successo. È anche membro della National Association of Deaf, l’equivalente statunitense dell’ente nazionale dei sordi. Il suo nome segno è una mano a forma di M che strofina il sorriso.

Una donna straordinaria, che attraverso l’attività sociale e il cinema ci ricorda e ci insegna che la disabilità è un modo per guardare oltre. Oltre tutto ciò che non riusciamo a toccare con le orecchie, ma attraverso di noi, le nostre infinite capacità e i nostri sensi intelletivi, non arrendendoci mai.

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