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Lo Spazio dietro quel volto

Scritto da il 9 Aprile 2018

L’illusione è irresistibile. Dietro a ogni faccia c’è un sé. Noi vediamo i segnali della coscienza nello splendore di uno sguardo e immaginiamo un qualche spazio etereo sotto la volta del cranio, illuminato dal passaggio di mutevoli onde di pensiero e sentimento, impregnate di intenzione. Un’essenza. Ma che cosa troviamo in quello spazio dietro la faccia, quando poi andiamo a guardare?
Nient’altro che sostanza materiale: carne e sangue e ossa e cervello; questa è la brutale verità. Io lo so, l’ho visto. Se si guarda dentro una testa aperta, se si osserva il cervello pulsare e il chirurgo che palpa e tira, uno capisce, anzi se ne convince in modo assoluto, che non c’è nient’altro. Non c’è nessuno là dentro. È una sorta di liberazione.
L’illusione è irresistibile ma non insuperabile. Sono passati già parecchi mesi da quando cominciai il mio tirocinio clinico in un ospedale per la riabilitazione di persone con disturbi neurologici. Sebbene io venga da un percorso formativo di psicologia clinica, è soprattutto la neurologia ad attirarmi. Per quanto io mi spinga indietro con la memoria, i meccanismi del cervello mi hanno sempre interessato e in un modo o nell’altro, come clinico o come scienziato, aspetto di lavorare nel campo della neuropsicologia: la scienza del cervello e della mente. La riabilitazione neurologica è un buon punto di partenza.
Uno dei ricoverati era un ragazzo di 17 anni che per poco non si era ammazzato mettendo un piede nella tromba vuota di un ascensore e precipitando per tre piani. I chirurghi avevano fatto del proprio meglio per rimetterlo insieme ma ora la volta del suo cranio rasato era asimmetrica: convessa a destra, concava a sinistra, con una profonda depressione ovale simile al guscio di un uovo sodo rotto con un cucchiaio.
Il suo volto era in continuo movimento, senza pace, contratto in smorfie di rabbia e di terrore. Soprattutto rabbia. Ringhiava e grugniva, a volte ululava, ma a parte qualche occasionale raffica di oscenità, era incapace di parlare. Non è raro: a volte individui che a causa di una lesione cerebrale sono privi di normali capacità di linguaggio possono ancora sfrenatamente attingere al turpiloquio più immondo. Prima di incontrare quel ragazzo non lo sapevo per bene: fu uno shock. Pazienti con quel genere di lesione in alcuni casi riescono anche a cantare, ma questo ragazzo non cantava mai. Sedeva contorto sulla sua sedia a rotelle, la testa rivoltata di lato e all’indietro a descrivere un angolo scomodissimo, gli arti deformati dalla spasticità e un rivolo di saliva che gli colava dall’angolo della bocca.
L’ultima, finale umiliazione era il priapismo. A causa di un ‘capriccio’ della sua lesione neurologica, era continuamente tormentato da una dolorosa erezione. Le giovani donne che si occupavano di lui – infermiere, fisioterapiste e terapiste occupazionali – fingevano di non accorgersene.
Quanto a me, provavo pietà, ma anche repulsione. Come tirocinante, ancora alle prime armi e non ambientato, lo trovavo grottesco. A disturbarmi, soprattutto, era quel perpetuo sfarfallio sullo schermo della sua faccia: immagini deprimenti di un’anima tormentata. O per lo meno così immaginavo io. Poi cominciai a riflettere su che cosa potesse rimanere, in lui, di un’ «anima» o di un «sé». Cominciai a dubitare che dietro a quella faccia ci fosse qualcosa. Bisognerebbe lasciarlo morire, pensavo, e non solo nell’interesse suo. Che effetto doveva fare a sua madre? Poteva anche solo tollerarne la vista?
Il caos che regnava nella sua faccia aveva spento tutta la mia comprensione. Quel caos infrangeva le regole. Un volto dovrebbe consentire il pubblico accesso al sé privato. È un’antica convenzione della razza umana: esiste un sistema di segnali universale. In questo ragazzo, però, l’esibizione delle espressioni facciali era una sorta di depistaggio che impediva di conoscere ciò che stava dietro. Ma forse dietro non c’era proprio nulla.
Poi, un giorno, mi capitò di essere nei paraggi quando la madre del ragazzo arrivò a fargli visita. La osservai mentre prendeva fra le sue braccia quella testa rotta e la cullava. Per tutto il tempo che lei rimase con il figlio, ma non molto più a lungo, sulla faccia di lui ebbe luogo una straordinaria trasformazione. Si quietò. La rabbia si spense. Il ragazzo sembrò riacquistare la sua umanità. C’erano adesso due sé, non solo una madre e il guscio vuoto di un figlio. L’intero era maggiore della somma delle parti.
Forse fu un venir meno dell’immaginazione a farmi percepire un affievolirsi del sé del ragazzo una volta che la madre se ne fu andata; comunque la capacità, che mi ero scoperto, di considerare un altro essere umano meno che una persona, fu una rivelazione terribile. In tali circostanze come facciamo a distinguere l’incapacità di essere empatici dall’osservazione fondata sul buon senso? Forse si tratta della stessa cosa.
Mi affiora un ricordo: sono insieme alla mia sorellina, lei ha quattro anni. È pieno inverno. Dobbiamo uscire e abbandonare il tepore della casa per l’aria gelata della notte. Nel paese ci sono poche luci accese e il cielo è pieno di stelle. Abbiamo a malapena oltrepassato la soglia di casa e lei comincia a tossire.
«Va tutto bene?»
«Sì, sì», dice lei. «Mi sa che ho ingoiato un po’ di buio. »
Concepiva il buio come una sostanza, una cosa che ti soffoca se ne ingoi troppa in una volta sola. Avrei potuto correggerla, ma non lo feci. Misi da parte quell’immagine preziosa e la lasciai con la versione della realtà plasmata dal suo cervello bambino.
La realtà è costantemente soggetta a revisione. Ventitré secoli or sono, Aristotele credeva che il cuore fosse la fonte della vita mentale, per via della sua azione dinamica e del suo calore. La funzione del cervello, egli pensava, era di raffreddare il sangue. Quanto alla sua cosmologia, Aristotele la fondo sulla credenza che la Terra stesse immobile al centro dell’Universo: un punto fisso intorno al quale ruotavano il Sole e la Luna e le stelle.
Aveva torto su tutti i fronti, ma le sue convinzioni erronee – figlie dell’intuizione e dell’illusione – gli furono abbastanza utili. E sebbene oggi le nostre conoscenze sul funzionamento del corpo umano e sulla struttura del cosmo siano incomparabilmente più ricche di quelle allora in suo possesso, faremmo bene a non illuderci pensando di essere approdati a un privilegiato punto d’arrivo dell’evoluzione intellettuale.
Viviamo ancora di intuizioni e illusioni, specialmente quando i nostri pensieri si svolgono verso l’interno. Le qualità brillanti e intangibili dell’esperienza soggettiva attendono ancora di essere riconciliate con la sostanza oscura del cervello, ma quello spazio dietro la faccia è illuminato dall’occhio della mente. Irresistibilmente, nella luce degli sguardi altrui, noi continuiamo a scorgere la visione di altre menti. Le cosmologie vanno e vengono, ma sé questa illusione comincia a perdere consistenza, altrettanto accade all’osservatore.

Ho cercato di ricordare il nome del ragazzo-guscio-d’uovo. Avrei potuto dargli un nome. Tutti gli altri pazienti hanno uno pseudonimo. Non è stato intenzionale: non è che abbia deciso di negargli un nome. Quando la storia era già finita, mi resi conto che lui non lo aveva. «Un nome lo renderebbe umano», mi disse un medico. «Chiamalo Giovanni, Stefano, Riccardo…»
Riflettendoci, penso che dargli un nome avrebbe sortito l’effetto opposto.

Di Andrea Valitutti


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