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Lo-fi: polaroid di una generazione invisibile

Scritto da il 4 Novembre 2020

Soundtrack da ascoltare durante la lettura:”fell in love in a dream”- Kupla

Una ragazza china sui libri prende appunti su un quaderno inesauribile. A fare da sottofondo alle sue giornate c’è un beat ossessivo, sporco, stanco: la lo-fi hip hop.

La “study girl”: simbolo di una generazione

Ha lo sguardo annoiato, ma continua a studiare. Ogni tanto il gatto alla finestra attira la sua attenzione, ma poi ricomincia. Non si ferma mai. La “study girl” di Chilled Cow negli anni ha raccolto più di 218 milioni visualizzazioni collettive: un loop infinito simbolo della produttività che si richiede alla generazione di oggi.

lo-fi
Shizuku da “I sospiri del mio cuore”, film dello Studio Ghibli
La “study girl” originale

Una presenza costante, ma sommessa, a cui Internet si è irrimediabilmente affezionato. Quando YouTube ha cancellato il primo live stream il video che ha generato è diventato il più lungo della storia, con più di 13 mila ore.

Il giorno dopo l’autore ha ricaricato il video, e conta almeno 50mila visualizzazioni stabili. È una vera e propria web radio che fa da sottofondo a migliaia di persone che lavorano instancabili, che vivono giornate senza brio, senza sorprese. Proprio come la “study girl”.

La nostalgia diventa cifra stilistica

Il sottofondo che ascolta è appunto lo-fi Hip Hop. Genere esploso nel 2015, non è altro che l’abbreviazione di low-fidelity, bassa fedeltà in italiano. È un suono sporco che cerca immediatezza e autenticità, un calore umano che tanto ricorda il passato ma che in fin dei conti è solo un effetto ricercato. Come un filtro Instagram che rende una foto più vissuta.

I confini del genere sono sfumati. Ciò che emerge è la totale assenza di dinamiche. Non c’è uno sviluppo, nulla che possa dare il senso di un’evoluzione. I brani ossessivi sono decorati da un tappeto di pianoforte elettrico Rhodes o Wurlitzer e da una drum machine in loop rigorosamente ai 90 BPM.

Musica d’ambiente, quindi. L’eredità di Brian Eno del nuovo millennio è finita nelle case di migliaia di giovani adulti e si è caricata di malinconia. Basta farsi un giro su Spotify per rendersene conto anche solo dai titoli: “fell in love with a dream”, “Don’t think about tomorrow”. I brani cercano un fascino romantico: imperfezioni estetiche come il rumore della pioggia che batte contro la finestra o il gracchiare di un disco non sono più imprevisti da eliminare, ma colonne portanti del brano. La lo-fi non è che l’espressione massima della retromania che tanto affascina la generazione di oggi e che fa da contraltare alla trap. Si allontana dalla ricerca della frenesia, dall’autotune e dal successo. 

La prevedibilità è rassicurante

Nella lo-fi sembra esserci infatti un rifiuto totale della competizione: gli album sono nella maggior parte dei casi autoprodotti, privi di casa discografica e nomi generici. È finita l’era delle rockstar, sostituite da una comunità di nomi senza volto. Lo stesso concetto di artista non ha più senso di esistere, perché si rifiuta l’identificazione.

lo-fi

I brani sono intercambiabili con i loro loop continui: la prevedibilità e la noia del quotidiano diventano rassicuranti. La lo-fi è una protesta silenziosa contro la frenesia di una società che delude, perché il lavoro sembra interminabile e i guadagni inesistenti. Non c’è più il “work hard party hard” degli anni ottanta per la generazione paralizzata dal lockdown e dall’incertezza del futuro. La lo-fi con la sua mancanza di evoluzione e i suoi ritmi campionati è la colonna sonora della nuova generazione che sembra sempre di più allontanarsi dall’imprevedibilità per rifugiarsi nella sicurezza della routine. La nostalgia diventa una cifra stilistica che rassicura e che rimanda ad una dimensione più piena e umana, ciò di cui il presente è privo.

La lo-fi è musica innocua per una generazione che conosce solo crisi dopo crisi, precarietà e paura. 

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