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Kerouac, il padre della Beat Generation. Il suo libro, On the road, il vangelo del movimento

Scritto da il 21 Ottobre 2020

Soundtrack da ascoltare durante la lettura: “Be Bop” – Charlie Parker

Il 21 ottobre 1969 moriva Jack Kerouac per via di una grave cirrosi epatica dovuta alla sua vita di eccessi. Ancora oggi si possono trovare alcune influenze lasciate dalla cultura Beat: musica, cinema, letteratura persino il modo di vestire. Pensate a quei viaggi fatti solo per il gusto di farli e a quella ricerca di un senso di pace universale che è ancora oggi molto affascinante per l’immaginario artistico.

Tutto questo nasce così: «Dobbiamo andare e non fermarci finché non siamo arrivati. Dove andiamo? Non lo so, ma dobbiamo andare». Basterebbero queste poche parole tratte dal suo romanzo più conosciuto, On the road, per definire l’essenza stessa di Jack Kerouac.

Se ne andava in giro per il “suo” mondo. Da New York al Messico, e poi l’Europa sconosciuta da Lisbona a Ginevra come un malinconico poeta. Durante quei viaggi, userà un rotolo di carta lungo 36 metri, per dar vita a quello che sarà il suo romanzo più celebre: On the road. Il racconto dei suoi 47 anni di vita sregolata, felice, drogata, alcolica e drammaticamente triste, ma comunque vita voluta. Mai imposta o pilotata da qualcuno.

Jack Kerouac

Kerouac rappresenta l’illusione che la vita tra uomini possa funzionare senza la mediazione delle forze tipiche della società moderna. On the road è una critica al conformismo ideologico, al militarismo della guerra fredda ed al materialismo consumistico, al capitalismo che vive sotto la bandiera a stelle e strisce.

L’erranza confusionaria di cui Kerouac si rese protagonista è un inno alla vita, che però nasconde il germe della miseria e dell’autodistruzione.

Il successo del libro diede vita al movimento dei figli dei fiori, alle lotte contro la guerra del Vietnam, e al movimento studentesco. Divenne in breve tempo una sorta di manifesto della Beat Generation. Un movimento letterario che si stava affermando tra i giovani durante gli anni Cinquanta.

John Clellon Holmes, poeta statunitense, scrisse sul New York Times nel 1952, This is the beat generation! e spiegò il movimento

La Beat Generation nasce tra le mura della Columbia University, dall’incontro di giovani studenti quali, Jack Kerouac, Allen Ginsberg, Lucien Carr. Il loro obiettivo è quello di opporsi alla vecchia tradizione idealistica e letteraria che i loro professori tenevano in vita. Volevano offrire al mondo un nuovo modo di pensare.

Il gruppo negli anni cambia, si aggiungono Neal Cassady, che diverrà un importantissimo protagonista della cultura beat, Gregory Corso, Lawrence Ferlinghetti. La beat generation giunge anche in Italia attraverso le traduzioni di Fernanda Pivano a metà degli anni ’60.

Beat generation non è sinonimo di vandalismo e violenza, di tossico o di sbandato. Gli scrittori beat sono in uno stato di beatitudine, vogliono amare per tutta la vita, essere pazienti e sinceri con tutti, dare una visione migliore del pazzo e frenetico mondo che vivono. Si ispirano al cattolicesimo, allo spiritualismo e al taoismo.

Il viaggio di Kerouac e dei rappresentanti della beat generation è verso il nulla, poiché l’importante non è arrivare ma partire, muoversi nella speranza. Questa concezione nasce dal desiderio di libertà di espressione, dinamismo vitale e una feroce contestazione alla società e ai suoi modi di imprigionare gli uomini nei suoi schemi spersonalizzanti. Comprende l’universalità delle cose, una ricerca intima del tutto, ma attraverso tutti i mezzi, come l’alcol, la droga o l’incontro carnale libero.

Come detto, dalla cultura beat nascono i movimenti giovanili, degli hippy, e di quelli che di vivere la guerra non ne hanno più voglia. Una elogio alla pace, ma anche la ribellione. Il movimento raggiunge la sua fine, ma anche l’apice del suo successo, negli anni ‘60.


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