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Jeff Buckley, per smuovere un oceano di rumore

Scritto da il 17 Novembre 2020

Soundtrack da ascoltare durante la lettura:”Grace” – Jeff Buckley

“Una goccia pura in un oceano di rumore” così Bono Vox ricorda Jeff Buckley, che oggi avrebbe compiuto 54 anni. Un artista pieno di vita e innamorato dell’esperienza stessa dell’esistenza che fu strappato via fin troppo presto. Venne inghiottito dal Mississippi in una giornata di primavera per poi non risalire più. Nessun mistero, nessun desiderio di suicidio: l’autopsia non rilevò alcuna traccia di alcol o di droghe. Un incidente.

Jeff Buckley con un solo album è stato in grado di lasciare un’impronta indelebile nella storia della musica. Jimmy Page descrive Grace come un disco fatto da qualcuno di un altro pianeta: un caso di talento cristallino e lucida intelligenza artistica. Buckley è uno di quegli astri che scompare all’orizzonte in un battito di ciglia: in una frazione di secondo sconvolgono il panorama musicale.

Grace, un disco fuori dal mondo

Grace è un album che non si limita ai confini dei generi: sono canzoni dalla struttura articolata, piena d’anima. Jeff Buckley riunisce in poche tracce mille sentimenti, spesso contraddittori tra loro: amore, tragedia, purezza. Sentimenti che alla fine trovano un equilibrio, lontano dalla classica equazione del rocker grunge maledetto. Buckley è un uomo solitario e introverso che non si lascia abbandonare alla miseria, ma si aggrappa alla vita con una forza rara, insolita per la scena musicale degli anni 90.  Video musicale

Tutto sta nell’interpretazione che da ai brani: la sua voce è sofferta, piena di inquietudine ma mai arrendevole. Non brama la morte, ma è consapevole che prima o poi arriverà a prenderlo: non gli è dato sapere quando. In Grace, la canzone più bella dell’album, è una presenza quasi ossessiva al quale non decide di piegarsi ma le sussurra: “I’m not afraid/afraid… to die!”. Un tentativo forse di esorcizzare l’ombra gigantesca del padre Tim Buckley, vittima della cultura dell’eccesso di fine anni sessanta. Parole pesanti, pronunciate con una leggerezza tale da rapire l’ascoltatore. La canzone precipita in una spirale in crescendo dove non c’è assoluzione, ma soltanto fiamme:”Wait in the fire/wait in the fire”.

Rebecca, musa di tutto il disco, lo abbraccia e gli implora di non andare. Quella che era una rassegnata accettazione del fato diventa una lotta contro il tempo inesorabile. “I’m not afraid to go/but it goes so slow” e poi un ultimo urlo catartico che gli consente di liberarsi dal fantasma della morte. 

Hallelujah, una preghiera terrena

Hallelujah assieme a Lover, You Should’ve Come Over sono uno dei punti più alti del disco. Un arpeggio di chitarra pizzicato appena apre la preghiera di Buckley. Rispetto a quella di Cohen è profondamente più terrena: sceglie volutamente di omettere due strofe della versione originale che parlavano di redenzione in senso stretto. Le immagini bibliche cantate quasi con sacralità da Cohen diventano sinonimo di una relazione struggente. L’Hallelujah di Buckley è verso l’amore, verso la vita che nonostante le sue insidie merita di essere vissuta appieno. Il brano resta uno dei più riproposti al mondo ma nessuno è riuscito ad interpretarlo con la stessa intensità.

Jeff Buckley
Tim Buckley, il padre

Lover è un inno all’amore destinato a cristallizzarsi nel tempo, che resiste nonostante gli sbagli. “It’s never over, she’s the tear that hangs inside my soul forever” è un’immagine semplice che nella sua efficacia incide l’animo dell’ascoltatore. 

L’animo di un perfezionista

Buckley ritorna ciclicamente alla figura della donna, risposta alle sue inquietudini ed unica certezza che lo tiene inchiodato alla vita. Una donna che non è distante ma è terrena, soffre e fa soffrire ma al tempo stesso lotta affinché il suo amato resti con lei. Rebecca Moore sarà la forza trainante che lo spingerà a finire il disco dopo un lavoro di cura maniacale. Prima di finalizzare gli arrangiamenti li trascrive pezzo per pezzo per studiarli al meglio assieme alla sessione d’archi.

Da buon perfezionista incide più versioni dello stesso brano per dare alla storia della musica un disco che è la sintesi compiuta della musicalità degli anni 90. 

Grace è album immortale, amato dai giganti del rock quanto dalle nuove generazioni. Sarebbe potuto essere l’inizio dell’ultimo mito del rock ma il destino beffardo non glielo ha permesso. 

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