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Italo Calvino: un “alchimista” in letteratura

Scritto da il 16 Novembre 2020

Soundtrack da ascoltare durante la lettura: “L’alchimista” – The Sun

Ciò che contraddistingue Italo Calvino da tutti gli altri è, prima di tutto la varietà, o meglio variabilità. Se si prende un qualsiasi libro di testo di letteratura italiana, il capitolo dedicato a Calvino si dipana recando titoli ed esperienze diverse. La produttività è il nucleo dello stile narrativo di Italo Calvino. Uno stile che non si identifica affatto con la forma. Come in ogni sua esperienza di vita, e allo stesso modo di ogni momento o movimento ai quali ha partecipato, egli sa coglierne il tratto distintivo, lo vuole sperimentare e condividere, forse per poi abbandonarlo, in seguito, una volta per sempre. Ciò che conta è raccontare. Quasi bulimicamente, come un bisogno.

Tratto che fa sputare, quasi osandola, una sentenza sommaria, ma tacitamente condivisa da tutti. Calvino non ha fatto la storia della letteratura del Novecento. L’ha creata, con le sue selezioni, commenti, con la sua abilità di lettore sublime. Subito messa al servizio dell’arte. Un servizio non gravoso per lui, che da sempre ha fatto della partecipazione intellettuale la sua bandiera. Una riflessione sulla vita e sulla letteratura che ha messo a disposizione di tutti. Al suo lavoro dobbiamo gran parte delle opere straniere pubblicate in Italia oltre che a quelle nazionali e quelle scritte da lui stesso. Una vita laboriosa, dedicata all’arte.

Partecipazione al presente

Intensa è, infatti, la sua presenza nel panorama culturale e politico. Avvicina tutte le forme e le correnti, ma sempre mantenendo un certo distacco razionale,senza rimanerne mai veramente attaccato, come spesso accade a scrittori coevi che hanno conosciuto il successo prima di lui. Perché Calvino, il successo l’ha conosciuto relativamente tardi, intorno agli anni Settanta, ed è frutto di una costante attività, attraverso articoli, prefazioni a libri, italiani e stranieri, saggi, opere teatrali, cinematografiche, lavori editoriali per grandi case editrici, come l’Einaudi, di cui curò diverse collane e che ancora oggi ritroviamo intatte.

La Partecipazione al presente, il desiderio d’azione, da sempre è stato il suo grande impulso. E questo atteggiamento l’ha sempre accompagnato. Adolescente aderisce al movimento partigiano senza, forse, condividerne completamente l’ideologia. Ma agire era il suo dovere, da uomo e da intellettuale. Dalla politica alla letteratura l’atteggiamento è sempre lo stesso. Raccontare la realtà, ma anche provare a vederla con uno sguardo diverso, con occhi fantastici.

La Fiaba

Il modo di vedere il mondo di Italo Calvino, va via via modificandosi con gli anni. Possiamo tradurre l’opera di Calvino come un costante viaggio, un itinerario. La sua visione del mondo si modifica e si traduce in una letteratura sempre diversa, ma costante. E nel modo di tradurlo in termini non comuni. La fiaba è lo stile narrativo che più lo contraddistingue, e di questo se ne accorgono presto il suo maestro Cesare Pavese, e il suo amico e collega Elio Vittorini. Già in Marcovaldo questo stile narrativo si rivela caratteristico. La capacità di narrare il presente nello stile fiabesco, pur essendo un realista di fondo, è forse il tratto più affascinante dell’abilità narrativa di Calvino. Non a caso la Ginzburg, allora “capo” di Calvino all’Einaudi, cercherà sempre di “raccomandarlo” ad ogni occasione. Così come elogiato è il suo sperimentalismo.

Arte combinatoria

Così si ama definirla. Per conferire, forse, a questo atteggiamento un carattere incantatorio, magico, quasi da alchimista. Non siamo troppo lontani dal vero. Italo Calvino è cresciuto in un ambiente culturalmente cosmopolita come la San Remo degli anni ’30, dove pullulano baroni russi e imprenditori inglesi, tutti egualmente eccentrici.  Figlio e fratello di scienziati naturalisti. La tentazione di combinare vari elementi narrativi e stilistici è troppo irresistibile per una mente fervida, come quella di Calvino.Ciò si manifesta in una raccolta che considero esemplare, in questo senso.

Un soggiorno a Parigi gli fa conoscere un movimento straordinario e poco conosciuto. L’OuLiPo, L’Officina della Letteratura Potenziale. Vera fucina di sperimentazione, che ha fatto emergere autori quali George Perec. La teoria di base è che nella narrativa si può inserire una “variabile costante”, quasi matematica, che renderebbe la produzione di storie potenzialmente infinita, sulla base dello stesso tema. Una ipotesi già considerata da Ariosto, al quale Calvino, moltissimo deve.

Il castello dei destini incrociati

Calvino mette in pratica l’esperienza francese e prende spunto dall’immaginario dei Tarocchi, la cui illustrazione è presente in ogni nuovo capitolo, quasi a farne da cornice. Un uomo, il narratore, al limitare del bosco, intravede un castello. Vi entra per trovarvi rifugio. Non è solo, risiedono personaggi di ogni sorta, la cui storia è sconosciuta. Appena entrato, l’autore si accorge di non poter proferire parola. Così come i suoi colleghi residenti. Sul desco imbandito c’è un mazzo di carte, che noi diremmo napoletane o piacentine, ma fanno parte del mazzo dei tarocchi, le marsigliesi. Ogni personaggio a turno, decide di raccontare la propria storia usando le carte che mano mano poggia sulla tavola. Ogni altro personaggio usa le carte che sono già disposte e le altre a disposizione per raccontare la propria e così via. Ne viene fuori un caos ordinato e collegato sebbene disunito, privo di artificio. Naturale.

Italo Calvino riesce a mescolare la storia, il fantastico, il meraviglioso in una maniera così fluida e affascinante che non si può non riconoscerne il genio narrativo.

Calvino

Una ricerca sulla narrazione che ha portato avanti e cessato di indagare solo alla sua morte, avvenuta il 6 settembre 1985 nei pressi di Siena, mentre lavora ad una serie di conferenze che avrebbero dovuto svolgersi negli Stati Uniti, proprio su questo tema. Verranno pubblicate postume col titolo di Lezioni Americane.

Una Lezione che possiamo accogliere. Lavoisier, ultimo alchimista e primo chimico, ha detto che nulla si crea. Ma col suo intervento in più campi, diretto, o editoriale, si può dire Che Italo Calvino ha creato la letteratura italiana.


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