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Art4sport, il “braccio destro” degli atleti disabili. Intervista alla presidentessa Teresa Vio Grandis

Scritto da il 20 Novembre 2020

Soundtrack da ascoltare durante la lettura: “Rising Phoenix” – Toni Hickman, Georgetragic, Keith Jones, Daniel Pemberton

Intervista a Teresa Vio Grandis: fondatrice e presidentessa di art4sport.

Nasce a Roma, è laureata a Milano all’accademia delle Belle Arti ed è madre di tre splendidi ragazzi. Una di loro è la campionissima paralimpica Beatrice Vio da tutti conosciuta come Bebe. Una brutta malattia l’ha costretta a farsi amputare gli arti e ciò ha ispirato la fondazione, da parte di Teresa e del marito Ruggero, di Art4sport. Questa è una Onlus che punta a migliorare la qualità della vita di bambini e ragazzi portatori di protesi. Vede lo sport come terapia fisica e psicologica estremamente necessaria e promuove la conoscenza e la pratica dello sport paralimpico. Oggi abbiamo avuto l’occasione di approfondire direttamente con lei progetti e obiettivi della loro associazione.

Art4Sport
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– Quanto è importante per un bambino, che nasce o si ritrova una disabilità, la disciplina sportiva?

“Per me e mio marito lo sport ha sempre ricoperto un ruolo fondamentale, così è diventato anche per i nostri figli. Lo sport dev’essere per tutti, a maggior ragione se si hanno delle disabilità. Ti fa stare con gli altri, ti tiene fuori da brutte situazioni ma soprattutto ti insegna dei valori. I ragazzi disabili hanno bisogno di esprimersi con il proprio corpo, hanno bisogno di sentirsi parte integrante di una società. Inoltre evita molta fisioterapia, perché distratti dall’enfasi di una disciplina riescono a fare movimenti molto più a lungo rispetto a una noiosa seduta col medico”.

– Come nasce, e di cosa si occupa Art4Sport?

“La nostra Onlus nasce 11 anni fa da un’esperienza personale. Di punto in bianco ci siamo trovati a fronteggiare la disabilità di Bebe, da sempre amante della scherma. Una volta superato l’iniziale periodo di difficoltà l’unica sua preoccupazione era di tornare a vivere la palestra. Di tornare a sentire quell’inconfondibile profumo, il rumore delle scarpe sulla pedana, il suono della spada che sbatte sulla coccia. Al tempo lo Stato non forniva protesi per fare sport. Sentirci dire che non poteva farlo divenne per noi una spinta motivazionale. Insieme a mio marito abbiamo progettato una protesi che le permettesse di tirare di scherma e da lì ci è tornato il sorriso. In quel momento è nata l’idea di non limitarci ad una sola persona. Capire che potevamo fare tanto per molti altri ci ha aperto la strada di un mondo bellissimo, l’unico problema di avvicinarsi al mondo paralimpico è che te ne innamori e crea dipendenza. Dopo anni di lavoro, al momento seguiamo 38 ragazzi amputati provenienti da tutta Italia. Dal più piccolo che ha solo quattro anni fino ai più grandi che superano i trenta. Forniamo loro protesi, carrozzine, tutto ciò che gli occorre per praticare sport”.

– Da dov’è nata l’idea del progetto Fly2tokyo? E quali sono i suoi obbiettivi?

“Già a Rio de Janeiro nel 2016 l’associazione contava tre atleti qualificati, due nella scherma e uno nella canoa. Tant’è che il presidente del nostro comitato paralimpico, Luca Pancalli, ci riconobbe come l’associazione più rappresentata in assoluto. Il progetto fly2tokyo nasce per una vera e propria scommessa tra i nostri atleti. Discutevano a cena di chi sarebbe riuscito a qualificarsi per le paralimpiadi di Tokyo. Abbiamo deciso di fare nostra questa scommessa. Uno dei punti principali riguarda la comunicazione, vogliamo far conoscere le storie di tutti questi ragazzi tostissimi. Allo stesso tempo seguirli nei loro percorsi sportivi, fornirgli preparatori atletici, nutrizionisti e fisioterapisti. Abbiamo organizzato per loro dei ritiri sparsi in tutta Italia e stanno crescendo molto bene. Grazie a noi, alle loro federazioni, e soprattutto al loro impegno. Ben undici ragazzi sono all’interno del progetto, di cui almeno sei dovrebbero qualificarsi per Tokyo. Ciò vorrebbe dire dimostrare agli altri il loro valore da un punto di vista atletico”.

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foto di Augusto Bizzi

– Lo Stato vi fornisce un supporto o siete autonomi? 

“Assolutamente no, sarebbe molto bello poter contare su un aiuto da parte dello Stato. Noi siamo un’associazione Onlus che vive di donazioni. Facciamo eventi per far conoscere il mondo paralimpico. Organizziamo raccolte fondi, molte volte sono gli stessi donatori a crearne di altre. Importantissimo è il 5×1000, che ai contribuenti non costa nulla, semplicemente possono decidere di donare il cinque per mille delle loro tasse a qualcuno in particolare. Quest’anno in particolar modo vista la crisi dovuta alla pandemia che ha limitato sensibilmente le donazioni. Speriamo di poter continuare a far affidamento sul 5×1000 e che possa crescere negli anni”.

Per chi volesse donare il proprio 5×1000 ad art4sport trovate di seguito il codice fiscale da inserire nella vostra dichiarazione dei redditi. 

C.F. 94127050261

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art4sport.org

Alle olimpiadi nascono nuovi eroi. Alle paralimpiadi arrivano eroi. Queste le parole con cui Netflix apre il docufilm rilasciato il 26 Agosto 2020 intitolato Rising Phoenix, la fenica che sorge dalle proprie ceneri. Esempio decisamente calzante per definire gli atleti paralimpici. Nelle difficoltà l’essere umano tira fuori il meglio di sé, chiamatelo spirito di sopravvivenza, chiamatelo amor proprio. Il dictat è semplicemente non farsi abbattere dalle avversità che piombano nella vita e dimostrare al mondo che niente può fermarci. Questo è il più grande insegnamento che possiamo trarre dai nostri eroi.


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