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“L’Infinito” di Leopardi e la sua eternità

Scritto da il 28 Aprile 2021

Soundtrack da ascoltare durante la lettura: “Il cielo in una stanza” – Mina

Il tema del giorno di Voicebookradio.com è Infinito. Una regola matematica, una astronomica, anche filosofica, un modo di percepire i sentimenti. Un qualcosa che dura per sempre, che continua a girare, a funzionare senza fermarsi. Un meccanismo perfetto che sembra regolare il tempo che passa rendendolo meno pesante. 

È un periodo particolare, questo in cui ci ritroviamo a vivere. La pandemia ci ha costretto a quattro mura, in cui non solo reinventarsi, ma trovare anche strumenti per sostituire la quotidianità passata. Ci sono stati giorni in cui guardare fuori dalla finestra ci faceva immaginare un mondo diverso, in cui cominciare una nuova vita.

Spostiamoci ora a Recanati, nel 1819. Già lo vedete, quel ragazzo un po’ gobbo, che si siede sul prato della sua proprietà, si sdraia, e davanti ai suoi occhi non c’è il paesaggio del paese, ma una siepe.

L’Infinito

«Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell’ultimo orizzonte il guardo esclude. (…)

Ma questo ragazzo la poesia ce l’ha nell’anima e non riesce a vederci solo una siepe. È proprio qui che interviene l’infinito: non vedendo oltre la siepe, dietro essa potrebbe esserci qualunque cosa. Sovrumani silenzi e profondissima quiete gli pervadono la mente, entità che sembrano inesistenti ma che lui sente così presenti. Una percezione inquietante, che mette paura.

(…) Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quïete
io nel pensier mi fingo, ove per poco
il cor non si spaura. (…)

E così viene immediato pensare allo scorrere del tempo, alla signora Storia, che continua ad andare avanti, nonostante tutto. Citando Nietzsche, l’eterno ritorno.

(…) E come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei. (…)

(…) Così tra questa
immensità s’annega il pensier mio:
e il naufragar m’è dolce in questo mare.»

Un mare di immaginazione in cui naufragare, per fuggire da una realtà che ci sta stretta, da un presente troppo pesante. Questo pensava quel ragazzo, Giacomo Leopardi, che con questo componimento ha cambiato per sempre la poesia e la letteratura italiana. Qualche verso che ha scatenato per secoli gli studiosi, una musicalità incredibile, interpretabile in diversi modi, tutti testati.

Oggi

Parole che sembrano lontane, appartenenti al passato, in cui, però, ci si può immedesimare benissimo oggi. Un anno passato dentro le nostre case per difenderci da qualcosa di ingestibile e grande, un anno passato a immaginare di guardare oltre la siepe. Certo, non possiamo pensare di essere tutti Leopardi, ma possiamo pensare di non essere soli, di non esserlo mai stati.


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