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Indie, itpop: direzione ostinata e contraria

Scritto da il 4 Febbraio 2021

Soundtrack da ascoltare durante la lettura:”Un fatto tuo personale” Fulminacci

“Non è un paese per giovani” verrebbe da dire oggi per descrivere l’Italia. Il paese che sembra una scarpa si è sempre trascinato la difficoltà di immedesimarsi nei ragazzi: la musica nazionalpopolare era sintesi di tutto questo. Bastava accendere la RAI: canzoni dalla struttura perfetta, ricercatezza musicale che scoppiava tra archi e piani raffinati e armonizzazioni studiate al dettaglio. 

Anche l’altra faccia del pop, la musica alternativa, doveva elevarsi e complicarsi. “Nel letto, aspetto ogni giorno un pezzo di te/un grammo di gioia del tuo sorriso e non mi basta”, cantavano i Marlene Kuntz. I Bluvertigo infarcivano i loro testi di contraddizioni pesanti e sintetizzatori che catapultavano l’Italia nello spazio.

Figlio della scena ’90 è l’indie italiano dei primi 2000: i Baustelle con Il Sussidiario illustrato della giovinezza popolano i loro testi con figure scomposte e piene di difetti come Martina. La lingua si sporca di nudità e di rasoi che incidono nelle vene.

Poi nascono Le luci della centrale elettrica e la musica torna a sguazzare nella provincia, senza scendere a compromessi orecchiabili. Si canta di cassonetti in fiamme e spacciatori tunisini mentre gli Zen Circus puntano il dito contro gli egoisti.

Una rivoluzione silenziosa, ma nemmeno troppo: è la voce di chi cerca il suo posto e fotografa un paese fin troppo bravo a prendersi in giro da solo. Indie è ancora sinonimo di etichetta indipendente, legata a case discografiche che rimandano ad una dimensione intima e autentica, come La Tempesta e Maciste Dischi.

L’indie poi muta, prende vita propria come un animale impazzito scappato da un laboratorio. Le sonorità si ammorbidiscono, le parole si moltiplicano, anzi diventano quasi troppe. C’è chi non canta nemmeno più di tanto ma si abbandona in flussi di coscienza verbosi con risultati più o meno riusciti. Su un tappeto semplice di pianoforte e chitarra acustica i testi si riempiono di insicurezze targate 2020. Si abbatte la distanza tra ascoltatore ed artista e creare qualcosa di sgradevole per alcuni, ma immediato per altri.

“Scusate se il testo non è poetico e intenso”

L’indie camaleontico ora diventa itpop, l’alternativa al pop dei genitori: ma il termine è ancora troppo riduttivo. Dentro al calderone itpop ci sta un po’ di tutto, ma a volte anche un po’ di niente. Ad accomunare la scena ci sono i testi. Calcutta inizia ritornelli con “Ué deficente”, I Cani buttano un “Niente sono solo stanca, zio”. Peyote scrive sul 2020 di gente senza scopi e lavoro ma piena di opinioni.

In questo appartamentino indie (o itpop) dove tutti stanno un po’ stretti c’è chi cerca di dire realmente qualcosa e chi si abbandona ad un romanticismo squattrinato. Alcuni si rifiutano di crescere e si rifugiano in pigrizia e innocenza. Luoghi comuni. Fuggono da una realtà brutta e incerta, che non è quella promessa. Altri invece con un sorriso anche amaro e più lucido ci si buttano a capofitto.

Cos’è quindi l’indie? Tutto e niente. Un atteggiamento. Un genere che non esiste, ma che è qui per restare.

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