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Il Riduzionismo: l’incredibile spazio d’incontro fra arte e scienza

Scritto da il 8 Dicembre 2020

Soundtrack da ascoltare durante la lettura “Verklärte Nacht, Op.4 – Boulez” – Arnold Schoenberg

Il riduzionismo secondo il Premio Nobel per la medicina Eric Kandel è il terreno di incontro tra scienza e arte. Un approccio che colma lo distanza metodologica e le finalità tra discipline artistiche e scientifiche.

Cos’è il riduzionismo?

Gli scienziati utilizzano l’approccio riduzionista per risolvere i problemi complessi. Gli artisti si avvalgono del riduzionismo per suscitare una nuova risposta emotiva negli osservatori. Di fatto, il riduzionismo – che deriva dalla parola latina reducere, “ricondurre”- consiste nella scomposizione di un fenomeno complesso nei suoi elementi costitutivi.

J. M.W. Turner, Il molo di Calais,1803.
J.M.W. Turner, Tempesta di neve, 1842.

Gli espressionisti astratti, riuniti nella Scuola di New York, sono i primi ad avvalersi di un approccio riduzionista all’arte. Nel tentativo di allontanarsi dai modelli culturali europei, fino a quel momento egemoni, i pittori newyorkesi iniziano a lavorare per sottrazione ottenendo forme insolite e sperimentali. Attraverso un approccio investigativo, i rappresentanti della scuola di New York esplorano la natura della rappresentazione visiva a partire da pochi elementi, quali la forma, il colore, la linea e la luce. Pittori come Mondrian, de Kooning, Pollock, Rothko e Louis, in definitiva, determinano il passaggio dall’arte figurativa all’arte astratta. La riduzione dell’aspetto figurativo in un’opera d’arte, isolando gli elementi che la compongono, stimola nell’osservatore una reazione diversa da quella che potrebbe suscitare un’opera complessa.

Guardare un dipinto astratto ci rende creativi

Il principio è molto semplice: maggiore è l’ambiguità di un’opera, più dovremo essere creativi per interpretarla. Il nostro cervello, infatti, ricava dagli organi di senso delle informazioni parziali sul mondo circostante e lavora per completarle. Ma in che modo? Le immagini nel nostro campo visivo raggiungono per prima la retina in forma di segnali elettrici che vengono inviati al cervello e ricodificati nell’immagine che percepiamo. Esistono due tipi di elaborazione dell’informazione visiva: bottom-up e top-down. La prima ci consente di estrarre dalle immagini del mondo fisico gli elementi che le definiscono relativi alla forma, al colore, alla posizione o al movimento. La seconda continua a decifrare l’informazione ambigua che ricaviamo dai sensi associandola alle nostre esperienze pregresse o al ricordo di opere d’arte viste in precedenza.

L’arte astratta, in definitiva, necessita di un contributo maggiore da parte dell’elaborazione top-down per risolvere l’ambiguità dell’immagine del mondo circostante. Per questo motivo osservando un’opera d’arte astratta siamo più creativi.

Uno spazio d’azione

Il dipinto diventa lo spazio di incontro tra l’artista e il fruitore: il primo assume un approccio riduzionista per suscitare forti reazioni e il secondo completa l’opera d’arte con la propria creatività. Rosenberg, uno tra i più importanti critici d’arte dei primi anni Cinquanta, definisce la tela come «un’arena in cui agire […]. Ciò che avviene sulla tela non è un dipinto, ma un evento». L’atto creativo diventa preminente rispetto alle qualità formali e tecniche dell’opera d’arte. Non solo. Senza il coinvolgimento percettivo dell’osservatore l’opera d’arte può dirsi incompleta.  

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