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Il Giro (non) d’Italia

Scritto da il 26 Ottobre 2019

Anche l’edizione 2020 della prestigiosa competizione ciclistica non partirà dal nostro Paese

Durante la lettura si consiglia l’ascolto del brano: “Ladri di biciclette / Sotto questo sole – Baccini”

Tutti gli appassionati di ciclismo in giro per il mondo sanno che le competizioni su strada portano ad un sacro tripode composto dai 3 grandi giri: parliamo della Vuelta spagnola, del Tour de France ed infine del Giro d’Italia. Nel corso della storia ultracentenaria della competizione il Giro è sempre stato l’orgoglio ed il vanto di tutto il movimento sportivo italiano. Questo è il motivo per il quale la decisione degli ultimi di far iniziare il giro fuori dal nostro Paese ha fatto storcere il naso ai più puristi tra gli appassionati della gara.

L’edizione 2020 del Giro, la n.103, è infatti la quattordicesima che prenderà il via fuori dall’Italia: le prime 3 tappe infatti si terranno in Ungheria, tra Budapest e Gyor. Alla base di questa decisione vi è una ragione di tipo “artistico”: tutte le tappe del Giro infatti vogliono toccare luoghi dichiarati Patrimonio storico e culturale dall’Unesco. Quindi parliamo del quartiere del castello di Budapest, il cenacolo di Leonardo a Milano (ultima tappa del Giro 2020), passando per l’Abbazia di Pannonhalma sempre in Ungheria e così via.

Questo denota anche il desiderio dell’organizzatore dell’evento di rendere il fenomeno “Giro d’Italia” molto più internazionale di quanto non lo siano il giro francese e quello spagnolo, quasi con la volontà di voler esportare con la celebre competizione un po’ d’Italia in giro per il mondo. Purtroppo non tutti sono molto convinti da questa linea, magari legati a figure mitiche del ciclismo italiano come Bartali, Coppi e Girandengo. Però, dati alla mano, pare che questa scelta sia premiante, trasformando il Giro d’Italia in qualcosa di più simile ad un trademark piuttosto che a una semplice gara di ciclismo.


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