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Giorgio Caproni fra viaggio, mare e poesia

Scritto da il 7 Gennaio 2021

Soundtrack da ascoltare durante la lettura “Crêuza de mä”- Fabrizio de André

I programmi scolastici difficilmente riescono a esaurire il panorama poetico italiano del secolo scorso. Gli insegnanti, infatti, per attraversare tutto il Novecento sono costretti in genere a muoversi per sommi capi, escludendo poeti che pure rientrano nelle antologie di riferimento. Per questo, in occasione della sua nascita, vogliamo ricordare l’ingordo di versi Giorgio Caproni.

Caproni, poeta che solo tardivamente conquista il riconoscimento della critica novecentesca, nasce il 7 gennaio 1912 a Livorno. All’età di dieci anni si trasferisce a Genova, che immediatamente diventa la sua città del cuore. Nella capitale ligure frequenta le scuole, inizia a studiare musica e impara a suonare il violino. Comincia a scrivere per combinazione. Durante gli studi di composizione, anziché ispirarsi ai versi dell’amato Tasso per accompagnare la musica, prova a buttare giù qualcosa di suo pugno. Da quel momento, la musicalità entra a fiotti nella pagina: abbandona il violino e rimangono i versi.   

Gli attracchi del cuore

Livorno, Genova e Roma sono le città della vita di Giorgio Caproni, ma anche paesaggi nitidi e quotidiani, che restituiscono al lettore, attraverso la poesia, sensazioni laceranti. La prima è il porto dell’infanzia, custode dei più antichi ricordi che gravitano attorno alle figure dei genitori, il padre Attilio, ragioniere, e la madre Annina, sarta. Livorno è un labirinto di strade in cui sfreccia la sua anima, in sella a una bicicletta per raggiungere, avvolta in uno scialle nero e ballerina sotto la gonna verde, la madre Annina, «tra tutte la più mattutina». Sono anche anni duri quelli di Livorno, di lacrime e miseria, gli anni della guerra. Non appena il padre Attilio viene chiamato alle armi, infatti, la famiglia Caproni precipita in difficili condizioni economiche che la costringono a trasferirsi in una via popolare e a coabitare con lontani parenti.

Terminata la guerra, il padre viene assunto in un’azienda conserviera ligure, quindi, Attilio, Anna, e i tre figli Pier Francesco, Giorgio e Marcella, si trasferiscono a Genova. Se Livorno era stata la città simbolo della madre, Genova è la città della formazione, dell’adolescenza, in cui «l’infanzia si screzia» e dell’innamoramento. In Litania Caproni invoca Genova novanta volte; centottanta versi in cui scandaglia il sentimento che lo lega alla città adottiva. Si tratta del luogo in cui il ragazzo subisce la magia della luce, del mare, della musica del vento. Genova, «mio cuore mio brillante», è la rada dove il poeta getta l’àncora. Genova è per l’uomo una lunga litania, infinita, «di tutta la vita».  

Infine, conosce Roma a partire dal 1938 quando inizia a lavorare come maestro elementare nella scuola Giovanni Pascoli a Trastevere. Il primo soggiorno dura poco; deve partire per la guerra e combattere sul fronte occidentale. Terminata la guerra, nel ’45 Caproni torna nella città che lo abbaglia e talvolta lo smarrisce, dove continua a scrivere e a insegnare fino al pensionamento.

I temi e la poetica

Lo sviluppo della poesia di Caproni è complesso e intimamente stratificato. L’esordio si compie con una poesia suggestiva e allusiva, vicina all’Ermetismo (Come un’allegoria, 1936; Ballo a Fontanigorda, 1938; Finzioni, 1941; Cronistoria, 1943) e approda con le raccolte mature a una sintesi poetica, mai pacifica, tra parlato e cantato, tra melodia e prosa (Il seme del piangere, 1959; Concedo del viaggiatore cerimonioso e altre proposte europee, 1966; Il muro della terra, 1975).

Giorgio Caproni

Ne Il passaggio d’Enea (1956), che raccoglie la produzione giovanile di Caproni, si concentrano già gli elementi essenziali dell’universo del poeta. Qui si incontrano i luoghi cittadini come il bar o la latteria; le figure genitoriali e in particolare la madre Anna; la natura nell’ora topica dell’alba o vestita dalla fitta nebbia che confonde la vista. Ulteriori nodi strutturali emergono in Il “Terzo libro” (1968), che comprende Il passaggio d’Enea e altre poesie precedenti la prima metà degli anni Cinquanta. Il sentimento dell’esilio, il viaggio come metafora dell’esistenza, il tema della guerra e la conseguente violenza della vita, trovano nella raccolta una prima formulazione, ma restano in attesa per variazioni successive.

In disaccordo con la poetica contemporanea, incentrata sull’ostentazione narcisistica dell’io, Caproni matura attraverso una poesia in cui il soggetto diventa interprete secondario della narrazione, per aprire lo spazio testuale a una pluralità di figure. Il personaggio di riferimento diventa la madre Annina ne Il seme del piangere e assume svariate voci, colloquiali e poste ai confini della lirica nel Congedo. Infine, nel Muro della terra il soggetto smarrisce sé stesso, l’io diventa lui e nella sintesi degli opposti, in cui tutto è capovolto e si equivale, l’identità si disgrega. Chiude il cerchio il motivo del viaggio, inteso come fuga nel nulla, ritorno dove non si è stati, nell’infanzia o nel regno dei morti.

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