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Hendrix, Woodstock e quell’inno americano contro la guerra

Scritto da il 18 Agosto 2020

Soundtrack da ascoltare durante la lettura: “Purple Haze” – Jimi Hendrix

Lunedì 18 agosto 1969. L’immagine che si staglia su Bethel è tutt’altro che idilliaca: fango ovunque e persone stanche, tra chi ancora in preda alle allucinazioni da LSD e chi si fa iniezioni di vitamina B per restare in piedi. L’ultimo concerto sarebbe dovuto iniziare cinque ore fa. L’atmosfera del festival è straordinariamente serena: gira la voce di due nascite, ma anche di due morti. Un festival nato per caso da quattro ragazzi riesce a diventare un’istantanea di un’epoca, se non della vita stessa. 

Eddie Kramer, il fonico che di quei tre giorni di follia registrò la musica, ricorda Woodstock come “un caso eccezionale di perdita collettiva di controllo”. Sul palco regnava l’anarchia pura e nessuno fece quel che era previsto: le improvvisazioni erano la normalità “alcuni con risultati geniali, altri facendo pena”. I giornali conservatori del tempo descrivono il fenomeno come la vittoria delle allucinazioni psichedeliche della folla, uno spettacolo di degrado e pieno di gente nuda. 

La performance di Hendrix

Sono rimaste a malapena 40.000 anime rispetto alle 400.000 che hanno invaso il White Lake i giorni precedenti. Un sollievo per Hendrix, che fino all’ultimo minuto era deciso a non esibirsi per le troppe persone. Alle nove di mattina sale sul palco con la sua celebre fascia, assieme alla “banda di zingari” come lui stesso la definì. Non c’è una scaletta: oltre ai classici come Purple Haze e Voodoo child non mancano improvvisazioni di una chitarra dell’altro mondo, che sembra parlare per immagini. 

Jimi Hendrix, 1967, Helsinki

Il pubblico, in uno stato peggiore rispetto a quello di Hendrix -che non dormiva da tre giorni- si scatena con un entusiasmo tale che i giornalisti per anni racconteranno di una folla di 500.000 persone. Al quarto pezzo si rompe il Mi cantino: un inconveniente banale che farebbe terrorizzare anche il chitarrista più bravo se inaspettato. Impassibile procede con una nonchalance degna della sua fama, come se la chitarra avesse sempre avuto cinque corde. 

L’inno americano si piega al rock

Dopo quasi due ore la Fender Stratocaster del rocker suona una dissacrante Star-Spangled Banner, con una combinazione di effetti tale da modulare il sibilo dei proiettili e lo scoppio delle bombe. Una chiara dichiarazione d’intenti nei confronti di quello che stava accadendo in Vietnam: mai come quel giorno il rock si spinse così a fondo. Una chitarra per l’ennesima volta diventò il simbolo di un’epoca, un pezzo di storia e della musica mondiale che tanti hanno tentato di riprodurre senza successo. 


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