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Hannah Arendt: la rivoluzionaria della politica

Scritto da il 4 Dicembre 2020

Soundtrack da ascoltare durante la lettura: “La Canzone della Rivoluzione” – Baustelle

Con la parola e con l’agire ci inseriamo nel mondo umano, e questo inserimento è come una seconda nascita, in cui ci conferiamo e ci sobbarchiamo la nuda realtà della nostra apparenza fisica originale“.

A quarantacinque anni dalla scomparsa di Hannah Arendt, ricordiamo a gran voce una donna rivoluzionaria nella vita politica e nel campo filosofico, rendendo memoria e valore alle sue teorie che hanno ribaltato il filone filosofico del ‘900.

Hannah Arendt, la schubertiana fanciulla straniera:

Nasce il 14 Ottobre del 1906, vicino ad Hannover, da una famiglia ebraica benestante. Appassionata fin da subito di filosofia e di politica, studia in varie Università della Germania, fin quando non conosce il suo docente, Martin Heidegger, a Marburgo.

Una giovane Arendt, appena diciottenne, intraprende una relazione passionale e sentimentale con il suo insegnante, tra le altre cose sposato e con due bambini. In quegli anni Heidegger era impegnato con la stesura di una delle sue opere principali, Essere e Tempo, ed è per questo che annuncia alla sua amante che non può dedicarle del tempo.

Quando la bufera sibila intorno alla baita mi viene in mente la “nostra tempesta” [erano stati sorpresi da un temporale durante una passeggiata] – o ripercorro il silenzioso sentiero che costeggia il Lahn – o trascorro una pausa di tranquillità sognando l’immagine di una fanciulla che con l’impermeabile, il cappello calcato fin sopra i grandi occhi quieti, entrò per la prima volta nel mio studio e, timida e riservata, diede una breve risposta a tutte le domande – ed è allora che riporto l’immagine agli ultimi giorni del semestre – e solo allora capisco che la vita è storia“.

Martin Heidegger ad Hannah Arendt in una lettera del 1925

Una tempesta autunnale la storia tra i due ben pensanti filosofi del ‘900, e questa immagine descritta dal filosofo esistenzialista assomiglia ad una nota foto di una Hannah diciottenne, con un sguardo teso e vissuto.

Costantemente con una sigaretta in mano, un elemento caratterizzante nella vita della storica. Karl Jaspers, docente e poi amico, la definì schubertiana fanciulla straniera, una creatura difficilmente afferrabile. Lei aveva dentro di sé la forza, ma non dell’aggressività.

La loro relazione terminò nel 1933. Il motivo principale della loro rottura si ebbe nell’ultima lettera che Martin Heidegger mandò alla politologa ebrea, dicendole che avrebbe appoggiato il partito e il pensiero nazista nella guerra. Eppure il loro rapporto avrà comunque un legame indissolubile.

Anche se il motivo dello scioglimento della relazione era di natura etica e politica differente, la vita li porterà comunque a farli incontrare, di nuovo nel 1975, poco prima della morte di Hannah.

La nuova pensatrice politica e rivoluzionaria del ‘900

Grazie a lui, Hannah Arendt conobbe il pensiero appassionato, cioè una filosofia che ha passione per il pensiero. Da quel momento non si definì più una filosofa, ma una pensatrice politica.

La Arendt iniziò a coltivare la passione per la politica, ma secondo la sua stessa ammissione non era un animale politico. Grande era la sua riservatezza per quanto riguarda le passioni private. Una donna con una fortissima individualità, che pensava da sé, come la definirebbe Lessing, esponente dell’Illuminismo tedesco, cioè in piena autonomia e libertà.

Hannah Arendt

Si discosta in seguito dalla filosofia di Heidegger, sostenendo il concetto di collettività. Ogni essere umano può sottrarsi ai meccanismi che fatalmente lo condizionano e trovare il significato della sua esistenza, affermando una libertà che è sostanzialmente potere di iniziativa e di innovazione, capacità di esprimere se stessi e di assumere la responsabilità delle proprie azioni.

Politica: non è comando e obbedienza, è un piano orizzontale di cooperazione reciproca.

La rivoluzione del pensiero politico di Arendt, dall’ontologia del totalitarismo alla banalità del male:

Il suddito ideale del regime totalitario non è il nazista convinto o il comunista convinto, ma l’individuo per il quale la distinzione fra realtà e finzione, ossia tra vero e falso, non esiste più.

Così esplicita in maniera filosofica il suo concetto in una delle sue opere primarie più importanti: L’origine del totalitarismo.

Il termine Totalitarismo è sicuramente una parola su cui la Arendt ha una sua maternità ed è grazie a lei se oggi ne abbiamo piena conoscenza nel nostro vocabolario. Si occupa di ciò che è successo in Europa negli anni del secondo dopoguerra, focalizzando la lente d’ingrandimento sui campi di sterminio, i quali sono portatori di storie d’orrore.

Il totalitarismo è un’assoluta novità riscontrabile unicamente nel nazismo e nello stalinismo, nel quale ha trovato terreno fertile e si è sviluppato grazie ad altri fenomeni storici, tra cui l’imperialismo, l’antisemitismo e così discorrendo.

In questa opera si concentra maggiormente sul nazismo, ponendosi le seguenti domande: Come è stato possibile l’orrore di Auschwitz, nel pieno della civiltà tedesca? Come è stato possibile arrivare all’automatismo? Al limite tra il morire e il vivere? Com’è stato possibile distruggere uomini?

All’inizio, la politologa ebrea arrivò a dedurre che Auschwitz è il male radicale, estremo, assoluto. Il male assoluto è l’assenza del bene. Successivamente all’opera sul totalitarismo, Hannah riflette sugli interrogativi posti nel libro sui regimi totalitari.

Arrivò nel 1961 ad una risposta controversa, totalmente opposta ma simile. Questa è evidenziata in un capolavoro che la rese famosa in tutto il mondo, ma che creò allo stesso tempo scalpore e scandalo per il paese israeliano. Il titolo è La banalità del male, ed è qui che pone e costruisce le basi sull’idea di Male.

Discorso finale di Hannah Arendt relativo all’opera La banalità del male, tratto dal medesimo film Hannah Arendt

“Ebbene sì. Ho cambiato idea: il male è estremo. Non ha profondità. Il male sfida il pensiero. Solo il bene ha profondità e può essere radicale a differenza del male che non ha radicalità, ma ciò non vuol dire che possa essere meno tremendo”

La sinossi perfetta per una deduzione storica, concreta e attendibile ai fatti realmente accaduti nella terribile vicenda dell’Olocausto. Il libro, pubblicato nel 1963, tratta di Adolf Eichmann, che nel 1960 fu catturato in Argentina e processato in seguito a Gerusalemme. Lei fu un inviata speciale da parte del New Yorker per fare dei reportage, relativi al processo.

Hannah Arendt fece un’analisi dettagliata riguardo la figura di Eichmann, un uomo incaricato dell’organizzazione pratica dello sterminio. Un uomo al quale venne assegnata l’idea della banalità del male. Perché utilizza il termine banale e per quale motivo fu additata di essere una donna antisemita?

Hannah Arendt

La radicalità del male deriva da un orrore dei grandi mostri satanici della storia, ad es: Hitler, Stalin. Diamo a loro una grandiosità storica, parlando di male assoluto, ed è per questo che osservando il processo, la storica si rende conto ed arriva alla consapevolezza che Eichmann non è altro che un piccolo borghese, preoccupato della sua carriera.

Un uomo grigio, che obbedisce allo spirito della storia. Non vuole perdere il treno dello sterminio di Hitler per fare carriera. Un volenteroso carnefice. C’è una banale obbiedenza dietro la sua figura meschina, e questo sta a significare che, seconda la tesi filosofica di Hannah Arendt, se Auschwitz è stato un momento buio è perché vi erano persone banali ad obbedire.

Il grande scandalo deriva dalla teoria che lei giustifichi Eichmann. In realtà lei riporta i determinanti fatti storici e psicologici delle azioni compiute da questi banali esecutori. Non è la banalità del male che potrebbe far accadere tutto questo, di nuovo? La domanda per la ripercussione storica del futuro, fu questa che Hannah A. ripeteva nel libro.

Sono i piccoli esecutori il vero pericolo, perché il mostro non spiega la storia. La nostra incapacità di pensare. Questo mostrava Eichmann. Incapacità di critica, di dove stava dirigendo il treno della storia. Questa è la vera radice del male: la banalità.

Hannah Arendt
Eichmann durante il processo dell’11 Aprile del 1961

Hannah Arendt fu la voce dei movimenti femministi del ‘900, ed anche delle generazione future, eppure lei non si definì mai così. Si fece portavoce di grandi teorie, tra cui l’idea di Narrazione e di Nascita legata all’unicità dell’essere. La donna è una grande narratrice e senza di essa, non avremo grandi storie da poter ricordare. Lo scambio del racconto né va il senso di sé. Senza l’azione non sapremo raccontarci, di seguito ad una narrazione, e nel momento in cui nasciamo, l’uomo e la donna sono unici, uguali ed inimitabili.

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