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Giorgio Manganelli, una guida alla morte

Scritto da il 15 Novembre 2020

Soundtrack da ascoltare durante la lettura: “Through the Valley” – Shawn James

Giorgio Manganelli nasce il 15 novembre del 1922 a Milano da una famiglia benestante, grazie al lavoro del padre, procuratore di borsa. Figura di spicco nel panorama culturale italiano, Manganelli si afferma come uno dei massimi esponenti della neoavanguardia.

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Giorgio Manganelli

A prova di ciò troviamo la sua iscrizione al Gruppo 63, fondato a Palermo nell’ottobre del 1963 da un gruppo di giovani intellettuali stanchi della tradizione. Già dalle prime opere la letteratura di Manganelli si impone con una poetica fresca, nuova, che gioca spesso con la parola. Nelle mani di Manganelli la parola non è mai al sicuro, si trasforma, cambia, fino ad assumere un altro significato, o ad occupare nella frase un posto diverso.

L’Hilarotragoedia

Emblema di ciò è la sua prima opera, Hilarotragoedia, del 1964. Con questa Manganelli si dedica ad un nuovo genere: il saggio avanguardistico. In particolare ricorre, non solo in questa, ma anche nelle opere seguenti, il tema della morte e dell’aldilà. In Hilarotragoedia, Manganelli descrive l’uomo come avente natura discenditiva, riferendosi alla naturale indole dell’uomo che, una volta morto, lo porterebbe giù nell’Ade.

Nell’opera si susseguono latinismi ed arcaismi, termini popolari e termini colti, senza contare poi i neologismi e gli inglesismi. Giorgio Manganelli è in grado di giocare con la parola, che per lui diventa mezzo per raccontare qualcosa, nella maniera in cui la vuole raccontare. E in un succedersi così fitto di termini particolari la lingua di Manganelli diventa ricca, musicale, poetica. Il senso di ciò che vuole dire sembra spuntare solo a fine periodo. Hilarotragoedia viene descritto dall’autore stesso come un manuale di istruzioni per il morto. L’atmosfera che si respira è prettamente ironica, molto spesso satirica. Manganelli non si tira indietro, ma già dalle prime pagine manda frecciate al mondo della chiesa e più in generale a quello religioso. Questo è probabilmente dovuto al rapporto turbolento con la madre, donna devota a livelli estremi, spesso ossessivi.

“Discendere” e termini simili

Parlando proprio delle prime pagine, già si capisce il tono del libro. All’inizio Manganelli parte con il descrivere tutti i termini che implicano una caduta, come per esempio crollare, piombare, precipitare. Sebbene sinonimi, il significato di essi differisce quel tanto che basta da renderli idonei solo per determinate categorie. Queste categorie ci verranno elencate dallo stesso Manganelli. Ad esempio precipitare, scrive l’autore, è verbo che ha più del cittadino, del meccanico; descrive scia di fulminose membra per aria asciutta; o furibondo ammusare di aereo, cui scappa la morte. A piombare invece è animale morto, corpo chiuso e concluso, fiondato proietto, e fa guasto. E, continua l’autore, infine si atterra.

Tali colorate descrizioni sono rese possibili unicamente dalla grande conoscenza che Giorgio Manganelli ha della lingua, una padronanza a cui molti scrittori possono solo agognare e che è già molto forte in quest’opera prima. La genialità di Hilarotragoedia è duplice, perché non risiede solo nella ricercatezza del linguaggio, ma anche nel tema trattato. Un tema delicato, quello della morte, trattato con grande ironia, e che ricorre in altre sue opere come Dall’Inferno. Il libro sembra prendere spunto da tutta quella letteratura che aveva come interesse il viaggio nel mondo dei morti, dalla Divina Commedia a libri orientali come Il libro tibetano dei morti. Il tema viene rivisitato da Manganelli alla sua maniera. Ma il viaggio descritto dallo scrittore milanese non ha nulla di glorioso, ma viene analizzato con fare estremamente “scientifico”. Curioso è il capitolo in cui viene descritta la balistica del corpo che cade, sprofondando nell’abisso.

Morto il 28 maggio del 1990 a Roma, ci lasciò uno dei più grandi sperimentatori della letteratura italiana.


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