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Salute e benessere

Gioia e dolore nell’empatia

today31 Ottobre 2017

Background
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[vc_row][vc_column][vc_column_text]Noi andiamo al cinema per figurarci in un mondo di amore e cuori spezzati, di avventure e terrore, ma gli eroi e i cattivi sono solo attori proiettati bidimensionalmente su uno schermo, e allora perché dovremmo minimamente preoccuparci di ciò che accade a quegli effimeri fanatismi? Perché i film ci fanno piangere, ridere o rimanere senza fiato?
Per capire il motivo che vi spinge a preoccuparvi per gli attori, dobbiamo cominciare da quello che capita nel vostro cervello quando provate dolore. Provate a immaginare che qualcuno vi punga la mano con una siringa: non c’è un’unica zona del vostro cervello che gestisce quel dolore, ma quell’evento mette in moto varie parti del cervello, che agiscono tutte insieme. Questa rete neurale è definita «matrice del dolore».
Ed ecco la sorpresa: la matrice del dolore è fondamentale per il nostro rapporto con le altre persone. Se vedete qualcun altro ferito con una siringa, ecco che la vostra matrice del dolore viene attivata, non dalle aree che vi avvertono che siete stati toccati, ma da quelle coinvolte nell’esperienza emotiva del dolore. In altre parole, guardare qualcun altro i presa ai dolori oppure provare noi stessi il dolore, coinvolge il medesimo apparato neurale. È questa la base dell’empatia.
Entrare in empatia con un’altra persona significa provare letteralmente il suo dolore: vi immaginate una simulazione convincente di come vi sentireste nella medesima situazione. Questa nostra capacità spiega perché le narrazioni, come anche i film e i romanzi, siano così avvincenti e diffusi nella cultura umana. Sia che si tratti di persone del tutto estranee o di personaggi inventati, voi sarete partecipi delle loro estasi e delle loro agonie. Con disinvoltura vi metterete nei loro panni, vivrete la loro vita e adotterete il loro punto di vista. Davanti a una persona che soffre, avrete un bel dirvi che non è cosa che vi riguardi, ma nel profondo del cervello i vostri neuroni non capiscono la differenza.
Questa innata capacità di sentire il dolore di un’altra persona ci conferisce l’abilità di uscire dai nostri panni e indossare quella degli altri, e parliamo naturalmente della rete neurale. In primo luogo, domandiamoci perché abbiamo questa capacità. Da un punto di vista evolutivo, l’empatia è un utile strumento: se meglio interpretiamo i sentimenti di qualcuno, meglio potremo predire quello che farà in un prossimo futuro.
Tuttavia l’accuratezza dell’empatia è limitata e in molti casi attribuiamo semplicemente agli altri i nostri sentimenti. Prendiamo per esempio Susan Smith, una mamma della Carolina del Sud che nel 1994 suscitò empatia di un’intera nazione quando denunciò alla polizia che un uomo le aveva rubato l’auto su cui stavano i suoi figli. Per nove giorni lanciò appelli sulla televisione nazionale per chiedere il salvataggio e la restituzione dei suoi bambini. Perfetti sconosciuti in tutto il Paese offrirono aiuto e supporto. Alla fine, Susan Smith confessò di aver ucciso i propri figli. Tutti avevano creduto alla storia del furto d’auto, perché le sue azioni erano al di là di ogni possibilità di normale predizione. Anche se in retrospettiva i dettagli del suo caso erano abbastanza ovvii, in un primo momento non furono chiari, perché generalmente giudichiamo le altre persone basandoci su ciò che noi siamo e su quello che siamo capaci di fare.
Non possiamo evitare di minare gli altri, entrare in connessione con loro, perché siamo programmati per essere delle creature sociali. Questo pone due domande: i nostri cervelli dipendono dall’interazione sociale? Che cosa accadrebbe se il cervello venisse privato dei contatti sociali?
Nel 2009 Sarah Shourd, un’attivista del movimento pacifista, stava facendo insieme a due compagni un’escursione sulle montagne del nord dell’Iraq, in un’area che in quel momento era tranquilla. Gli abitanti della zona consigliarono loro di vedere la cascata di Ahmed Awa. Sfortunatamente la cascata si trova sulla frontiera tra Iraq e Iran. I tre escursionisti furono arrestati dalle guardie di frontiera iraniane che li ritenevano spie americane. I due uomini furono messi insieme a una cella, Sarah invece fu separata da loro e messa in isolamento. A parte due periodi giornalieri di trenta minuti l’uno, Sarah passò nella cella d’isolamento 410 giorni.
Ecco la testimonianza di Sarah:
“Nelle prime settimane e nei primi mesi d’isolamento vi riducete a uno stato animalesco. Intendo dire che siete come un animale in gabbia, che passa la maggior parte del tempo camminando avanti e indietro. Dopo un po’ lo stato animalesco si trasforma in uno stato vegetativo: la mente comincia a spegnersi e i pensieri diventano ripetitivi. Il cervello vi si rivolta contro e alimenta il più atroce dolore e la peggior tortura. Si rivive ogni momento della propria vita finché non si esaurisce ogni ricordo. Vi siete raccontato tutto troppe volte, e non ci vuole molto tempo”.
La privazione di rapporti sociali causò a Sarah un profondo dolore psicologico: senza interazione il cervello soffre. La cella d’isolamento è una punizione illegale in molte giurisdizioni, proprio perché degli osservatori hanno da tempo riconosciuto il danno provocato dalla privazione di uno degli aspetti più importanti della vita umana: l’interazione con altri individui. Privata di ogni contatto con il mondo, Sarah entrò assai presto in uno stato allucinatorio:
“A un certo punto del giorno il sole entrava di sghimbescio dalla mia finestra e tutte le minuscole particelle di polvere della stanza venivano illuminate. Io vedevo tutte quelle particelle come esseri umani che abitavano il pianeta, ed essi vivevano nel normale flusso della vita, interagivano e rimbalzavano tra di loro. Stavano agendo collettivamente, mentre io vedevo me stessa in un angolo, murata viva. Ero fuori dal flusso vitale”.
Nel settembre del 2010, dopo più di un anno di prigionia, Sarah fu rilasciata e poté rientrare nel mondo. Il trauma di quell’episodio rimase dentro di lei: entrò in depressione e aveva frequenti attacchi di panico. L’anno seguente sposò Shane Bauer, uno degli altri due escursionisti. Sarah riferisce tutt’ora che lei è Shane sono in grado di calmarsi a vicenda, ma non è sempre facile: entrambi hanno cicatrici emotive.
Il filosofo Martin Heidegger suggeriva che fosse difficile parlare di una persona come un «essere», mentre ciascuno di noi è prettamente un «essere-nel-mondo». Era il suo modo di enfatizzare il concetto che il mondo che ci circonda è una larga parte di ciò che siamo. Il sé non esiste in uno spazio vuoto.
Benché scienziati e specialisti medici possano studiare ciò che accade alle persone in isolamento, risulta loro difficile studiarle direttamente. Tuttavia, un esperimento condotto dalla neuroscienziata Naomi Eisemberg può fare luce su quello che capita nel cervello in una situazione meno estrema: l’esclusione dal gruppo.
Provate a immaginare di star giocando a palla insieme con altre sue persone, quando a un certo punto venite estromesso dal gioco: gli altri due si passano la palla escludendovi del tutto. L’esperimento di Eisenberg è basato su questo semplice scenario: i volontari da lei reclutati giocano a un gioco simulato al computer (cyberball), in cui un personaggio tira la palla ad altri due. Ai volontari era stato detto che gli altri due personaggi animati erano manovrati da due giocatori in carne ed ossa, ma in realtà facevano parte del programma del computer. Da principio gli altri due giocavano correttamente, ma dopo un po’ tagliavano fuori il giocatore controllato dal volontario e lo escludevano dal gioco, giocando solo tra di loro.
Naomi Eisenberg faceva giocare i volontari mentre stavano sdraiati in uno scanner cerebrale (risonanza magnetica funzionale, anche detta fMRI), e fece una scoperta straordinaria: quando un volontario veniva escluso dal gioco, si attivavano le aree neurali coinvolte nella loro matrice del dolore. Non poter prendere la palla può sembrare un evento insignificante, ma per il cervello sociale l’esclusione è così rilevante che produce letteralmente un dolore. Insomma il dolore sociale, come quello risultante da un’esclusione, attiva nel cervello le stesse regioni neurali attivate dal dolore fisico.
Perché l’emarginazione fa così male? Significa probabilmente che i legami sociali giocano un ruolo importante nel processo evolutivo; in altre parole, il dolore è un meccanismo che ci indirizza verso l’integrazione e l’accettazione da parte degli altri. Il nostro meccanismo neurale incorporato ci spinge a stringere legami con il prossimo, ci sollecita a fare gruppo.
Questo getta una luce sul mondo sociale che ci circonda: ovunque gli esseri umani formano costantemente dei gruppi. Stringiamo dei legami attraverso i rapporti di: famiglia, amicizia, lavoro, moda, squadre sportive, religione, cultura, colore della pelle, lingua, passatempi e affiliazioni politiche. Ci offre conforto l’appartenenza a un gruppo: e questo fatto ci dà un indizio fondamentale sulla storia della nostra specie.

Di Andrea Valitutti[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row]

Written by: Redazione

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