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Fahrenheit 451, di Ray Bradbury.

Scritto da il 6 Novembre 2017

Di cosa parla. “Era una gioia appiccare il fuoco. Era una gioia speciale vedere le cose divorate, vederle annerite, diverse. Con la punta di rame del tubo fra le mani, con quel grosso pitone che sputava il suo cherosene venefico sul mondo, il sangue gli martellava contro le tempie, e le sue mani diventavano le mani di non si sa quale direttore d’orchestra che suonasse tutte le sinfonie fiammeggianti, incendiarie, per far cadere tutti i cenci e le rovine carbonizzate della storia.” Sono questi i macabri ed affilati preamboli in cui ci si imbatte alle prime pagine di questo capolavoro di Ray Bradbury, un’opera di fantascienza ambientata in un futuro grigio e buio, ovattato e pregno di superficialità, dove le persone trascorrono la loro alienante esistenza guardando rassicuranti e leggeri programmi televisivi su schermi grandi come intere pareti, ed ascoltando giorno e notte la squillante voce degli speaker e degli annunci pubblicitari trasmessi direttamente alle proprie orecchie attraverso piccoli auricolari. Ciò che nessuno sembra notare è che in realtà, appena al di fuori della parete-televisione del proprio soggiorno, si staglia una città preda della dittatura e del totalitarismo; la guerra contro una nazione imprecisata è alle porte, la libertà è svanita.
Guy Montag è una di queste piccole pedine brulicanti, un uomo inizialmente soddisfatto del proprio onesto mestiere, consistente nell’individuare attraverso un cane robot nominato “il Segugio” i pochi sovversivi rimasti in città che si nascondono nell’ombra difendendo la cultura e la libertà di pensiero, e nell’incendiare meticolosamente gli orribili testi illegali, considerati nocivi per l’ordine pubblico e pertanto destinati ad una sistematica ed accurata eliminazione. Tutto cambia la sera in cui Guy incontra Clarisse McClellan, una strana ragazzina cresciuta in una famiglia di persone che ancora conversano tra di loro scambiandosi libere opinioni anziché lasciarsi intrattenere dalla televisione (o meglio, dalle televisioni): nel giro di poche battute, la giovane diciassettenne riesce a demolire ogni certezza di Montag, coronando il tutto con due parole, un verbo ed un aggettivo, seguite da un punto di domanda: “Sei felice?”.
Dopo un tale sconvolgimento interiore, alimentato ulteriormente dall’improvvisa scomparsa di Clarisse, il protagonista si trova finalmente a provare una curiosità tutta nuova per il mondo circostante, ad aprire gli occhi come un uomo appena risvegliatosi dall’ipnosi, a realizzare che quello che ha con la moglie Mildred non è un reale rapporto coniugale, che c’è qualcosa che non va nelle persone intorno a lui, e che se ci sono ancora individui disposti a morire per un libro, la risposta deve trovarsi proprio nella cultura.
Così ha inizio per l’incendiario una doppia-vita: alla luce del giorno il solito, obbediente Guy che tutti conoscevano e, sotto la maschera di mansueta omologazione sociale, un sempre più consapevole divoratore di libri trafugati furtivamente durante le operazioni di eliminazione degli stessi. Vani sono invece i tentativi di ottenere il sostegno della moglie, la quale disapprova totalmente il possesso illegale di libri in casa propria e la cui superficialità è ormai talmente radicata nella sua personalità da non venire minimamente intaccata dai frammenti che il marito le legge nella speranza di ottenere una sua conversione. Mentre i sospetti del capo degli incendiari Beatty sul conto di Montag crescono così tanto da fargli subire una più o meno velata minaccia di restituire gli articoli illegali entro 48 ore, pena seri provvedimenti, cruciale è la complicità di un altro sovversivo di nome Faber, che gli mostra il potere delle parole e il perché il governo le abbia ridotte all’essenziale attraverso programmi futili e di facile comprensione.
Nella terza ed ultima parte del romanzo la narrazione prende una piega fitta di azione e colpi di scena: Guy va da Beatty fingendo di essersi ravveduto per consegnare solo uno dei tanti libri che in realtà possiede, l’allarme della centrale suona, ed il punto dove è richiesto l’intervento degli incendiari sembra essere proprio la sua dimora. Infatti, Mildred ha deciso di denunciare il marito, che pur rimanendo ferito nello scontro riesce ad uccidere il Segugio e Beatty. Dopo una corsa a perdifiato lontano dalle autorità e dalle luci degli elicotteri che lo tallonano più per dare spettacolo soddisfacendo la sete di migliaia di paia di occhi incollati agli schermi delle TV piuttosto che per catturarlo, Montag incontra nella foresta una piccola comunità di esuli, che si presentano come la memoria letteraria dell’umanità: ciascuno di essi conserva gelosamente nei propri ricordi le esatte frasi di un libro in particolare, in attesa di tempi migliori in cui poter divulgare attraverso la libera stampa questi veri e propri tesori, gli ingranaggi di base che consentiranno all’umanità di tornare a pensare, di ricominciare.
La vicenda termina sotto questi auspici, mentre la guerra latente che durante l’intera narrazione era passata in secondo piano ha raggiunto il suo Zenit con un terribile bombardamento che rade al suolo la città.
È tutto finito ora, è tempo di rimboccarsi le maniche e ricostruire, ricostruire qualcosa di buono.

Perché leggerlo. Perché non farlo. Già solo dando un rapido sguardo alla copertina viene stuzzicata la curiosità del lettore, con quella parola così scientifica, “Fahrenheit”, e quel numero, 451, che sembra contornato da un alone di mistero. In realtà, il titolo indica semplicemente l’esatta temperatura a cui brucia la carta. Ma, si sa, pur essendo attraente l’involucro esterno, un libro si deve giudicare dal suo contenuto e, se potessimo quantificare il chilogrammi il peso dei temi che vengono toccati in Fahrenheit 451, non riusciremmo nemmeno a sollevarlo, tanto sarebbe massiccio! Pur essendo stato scritto nel 1953, questo fantasy terribilmente attuale sembra voler fare con noi lettori esattamente ciò che Clarisse fa con il protagonista: aprirci gli occhi e la mente, mostrarci in che guaio rischia di farci incappare la nostra superficialità, l’assuefazione dovuta ai mass-media, l’abbandono dello scambio costruttivo di idee e  della trasmissione “buona” della conoscenza. Un libro avvincente e molto più calzante con la realtà d’oggi di quanto ci si potrebbe aspettare da qualcosa di scritto più di sessant’anni fa, perfetto sia per riflettere sia per emozionarsi.

Per chi leggerlo. È davvero raro che un libro possa venir giudicato adatto a tutti i tipi di lettori, ma questo è senza dubbio uno di quei casi. In fondo, ognuno di noi ha bisogno di riflettere una volta tanto sul potere delle parole e sull’importanza della cultura, ingredienti essenziali per far progredire positivamente l’umanità. Futuristico il giusto e ricco di colpi di scena quanto basta, con un pizzico di mistero dovuto a quegli interrogativi a cui troveremo risposta solo nella nostra immaginazione (riusciranno gli esuli nel loro intento? Chi altro è sopravvissuto al bombardamento?), suggerisco ad ognuno di voi di aggiungerlo immediatamente alla vostra lista di libri da leggere, e, in caso lo aveste già fatto, di ripetere l’esperienza, che non guasta mai: talvolta si riesce ad apprezzare un libro e a carpirne dettagli rilevanti più alla seconda lettura che alla prima.


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