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Eric Clapton: La leggenda di Slowhand

Scritto da il 30 Marzo 2021

 

Soundtrack da ascoltare durante la lettura: “Cocaine” – Eric Clapton

Clapton is God, questa la frase comparsa su uno dei muri di Islington alla metà degli anni 60’. Ma la prima volta che venni a conoscenza di tale dicitura fu al liceo. Sul retro di una delle sedie della mia classe era infatti riportata la scritta Clapton is God, probabilmente risalente a decine di anni prima. Devo ammettere una cosa: al tempo non sapevo con esattezza chi fosse Eric Clapton e quella scritta mi era sembrata quanto mai pretenziosa e comica.

Questo prima di ascoltare la sua musica. Clapton si avvicina alla musica tramite gli artisti blues americani, in particolare quelli del Delta, quelli per cui la scelta era suonare il blues o lavorare come agricoltore seguendo orari estenuanti. Io mi avvicinai a Clapton allo stesso modo, tramite gli artisti blues da cui lui aveva preso ispirazione. Perché in realtà le cover sono parte integrante della poetica del chitarrista inglese. Con esse egli rende omaggio al suo bagaglio culturale, a quegli artisti che, neanche troppo metaforicamente, gli hanno insegnato a suonare, rendendolo quello che è oggi: uno dei migliori chitarristi della storia della musica. Parliamo di maestri come B.B King, con cui vanta un album insieme, Robert Johnson, Muddy Waters, Freddie King e tanti altri. Maestri che gli torneranno utili anche in una notte passata in carcere:

“Mi lasciarono i miei stivali rosa e mi misero in una cella insieme con tre Pantere Nere. Era come se fossi un punk. Ho dovuto continuare a parlare e spiegare loro che ero inglese e non capivo davvero cosa stesse accadendo. Dissi loro che ero un chitarrista blues e che mi piacevano Willie Dixon, Muddy Waters, Bo Diddley e Chuck Berry. Funzionò. Li calmò un poco. Penso che fossero lì da tre o quattro anni.”

Da lì quindi la rivisitazione di brani come Hoochie Coochie Man e Blues Before Sunrise, che non hanno nulla da invidiare alle versioni originali.

Il modo in cui Clapton suona la chitarra è ammaliante, incanta. Prendendo spunto dal blues, la sua chitarra ride, piange, parla. Questo grazie ad una tecnica nota come bending, letteralmente piegatura, in cui, come indica il termine stesso, le note vengono piegate. La tecnica di Clapton sta nel non avere tecnica, ma nel seguire le emozioni, nel far sì che sia lo strumento a comunicare per lui, a riflettere i vari stati d’animo.

Oggi 30 marzo il chitarrista di Ripley spegne settantasei candeline con la certezza di essere diventato uno dei più grandi chitarristi di tutti i tempi.

Clapton is God, e non poteva essere altrimenti.


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