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Dal DNA di una salamandra alla rigenerazione degli arti umani

Scritto da il 31 Gennaio 2019

Siamo incredibili.
Quando ancora ci troviamo nel grembo materno, non solo diventiamo, da semplice ammasso di cellule non differenziate, a esseri viventi dotati di apparati e sistemi perfettamente funzionanti, ma riusciamo persino a rigenerare abbozzi di arti persi!
Tuttavia, nonostante la complessità del nostro DNA, bisogna accettare il fatto che non siamo onnipotenti: gli esseri umani non sono in grado di rigenerare i propri arti, se non da lesioni superficiali e attraverso vistose cicatrici.

È proprio questo l’ostacolo che la Scienza sta cercando di superare, indirizzando il proprio sguardo verso una creatura tanto piccola e semplice quanto incredibilmente labirintica nel suo codice genetico, superiore a quello umano di 10 volte: è la salamandra Axolotl!

Conosciamo più da vicino questo animaletto sempre più raramente visibile in natura, specificatamente nei canali del lago Xochimilco, a sud di Città del Messico, e sempre più presente nei maggiori laboratori di tutto il mondo: questa piccola salamandra dal musetto sorridente, la corona di branchie, la codina che ricorda quella di un girino e quattro zampette da lucertola, riconoscibile in vari colori che spaziano dal rosa pallido al nero, possiede l’incredibile qualità di essere l’unico vertebrato capace di sostituire completamente parti complesse del proprio organismo, persino metà cervello!

Inutile dire che, contestualmente alla nostra sempre maggiore possibilità di tracciare una mappatura genetica superdettagliata dei campioni di DNA, sono andati moltiplicandosi gli esperimenti volti ad individuare i tratti che codificano l’incredibile potere rigenerativo degli Axolotl, di modo da lavorare affinché, in un giorno che potrebbe essere sempre più vicino, quella della ricrescita degli arti umani potrebbe diventare più di una semplice chimera.
Particolarmente proficua è stata una ricerca pubblicata sulla rivista scientifica Genome Research realizzata dagli studiosi della University of Kentucky: partendo da uno studio precedente, il team ha mappato più di 100mila frammenti di DNA delle creature esaminate, attraverso tecniche d’avanguardia.
Tracciando poi dei modelli di ereditarietà attraverso 48 esemplari ibridi di seconda generazione, gli scienziati sono riusciti ad individuare quali fossero e dove fossero collocate le sequenze appartenenti agli Axolotl negli anfibi in questione.

Adesso che è stato compreso quali siano i “punti di interesse” di DNA dai quali deriva il superpotere di questi piccoli vertebrati, si apre per la Scienza una nuova frontiera inesplorata, oltre la quale si intravede già una serie di invitanti sbocchi, nella speranza che uno di essi possa condurci verso la trasposizione di questa incredibile proprietà anche agli esseri umani bisognosi.


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