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Bruce Springsteen, 40 anni fa la storica “gita al fiume”

Scritto da il 29 Ottobre 2020

Soundtrack da ascoltare durante la lettura: “The River” – Bruce Springsteen

Era l’ottobre del 1980. Esattamente 40 anni fa nasceva The River, il quinto album in studio di Bruce Springsteen.

Album forse un pò sottovalutato, probabilmente perché non nasce da un retroscena particolare o da un’esigenza emotiva forte come per i suoi precedenti lavori. Non si può dire nemmeno che sia un album di svolta personale o professionale. Insomma in apparenza potrebbe sembrare un disco nato quasi per caso, ma così non è. Anche perché la ricchezza del materiale è davvero notevole grazie alla durata di 83 minuti e ben 20 tracce.
Ma vorrei raccontarvi qualche curiosità di questo suo lavoro. Come è nel tipico stile del mio programma 5 Play Rock n’ Roll in onda tutti i lunedì, mercoledì e venerdi alle 19 su Voicebookradio.com.

Sappiamo che molti brani di Bruce Springsteen, in generale, vivono dentro la storia del romanzo americano, anzi sono esse stesse un romanzo americano. E lo dimostrano ancora di più le vicende dei personaggi delle varie tracce di questo disco.

The River è un album con ispirazioni new wave e pop ed è una vera incursione nell’animo umano. Sentimenti contrastanti si rincorrono fra loro, si alternano le emozioni fra speranza e scoraggiamento, fra romanticismo e disillusione. Il tutto in egual misura.

Bruce Springsteen

Springsteen racconta, infatti, al biografo Robert Hilburn: “finalmente è arrivato il punto in cui mi sono reso conto che la vita aveva dei paradossi, molti e devi convivere con essi“.
E da questa riflessione nascono i contrasti emotivi di questo suo lavoro, a cui accennavo poco fa.

Per esempio in The Ties That Bind emerge forte il senso di dolore percepito da Bruce riguardo le anime solitarie ferite troppe volte e che non sanno fidarsi di nuovo.

In Sherry Darling la melodia classica degli anni ’60 si mescola al rancore dei personaggi del brano.

Senso di disperazione invece si avverte in Jackson Cage in cui Springsteen sperimenta la new wave con una vivace melodia di organo.

In Two Hearts invece esplode il senso di rivalsa espresso nella ricerca di qualcuno che aiuti a “frustare questo mondo” per farlo diventare un posto degno di essere vissuto.

In Independence Day colpisce invece una frase: “C’è un’oscurità in questa città che ha preso anche noi“ e porta alla luce il dramma fra padre e figlio troppo diversi per vivere insieme e troppo simili per credere che una tregua sia possibile.

Ma il brano del disco più amato resta, anche dopo 40 anni, The River che si apre con un malinconico assolo di armonica suonata dallo stesso Springsteen.
L’atmosfera diventa quasi mistica e si accende con la chitarra di Bruce. Brucia e commuove ad ogni ascolto.
Immediatamente si viene risucchiati dentro una storia struggente d’amore e disinganno. E bisogna avere davvero un forte senso di distacco per restare insensibili. Le emozioni vanno al di là della struttura stessa del brano.

Così ecco la storia del manovale della Johnstown Company che sposa Mary, in dolce attesa. Queste nozze riparatrici timbrano però l’animo di lui che passerà la vita a ricordare momenti felici di gioventù che ormai lo “tormentano come una maledizione”. Verrà trafitto dal ricordo di quando l’amore era innocente e scorreva rapido come quel fiume. E si srotolano riflessioni sull’America della crisi e su quel giudice che “mise tutto in regola” in quel matrimonio frettoloso “senza corteo nuziale, senza fiori, senza l’abito da sposa”.

Bruce Springsteen
Durante le registrazioni del disco The River

L’inquietudine e la malinconia che nascono restando seduti su quel lato del fiume -ormai in secca- è la forza generatrice che spinge ogni uomo a continuare a vivere.
E, mentre risuona un riff che colpisce all’anima, resta come messaggio sotteso la fiducia. Fiducia nella possibilità che ogni uomo possa avere, presto o tardi, la propria resurrezione.


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