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Arthur Rimbaud: Il profeta ribelle

Scritto da il 20 Ottobre 2020

Soundtrack da ascoltare durante la lettura: “Arthur Rimbaud” – Roberto Vecchioni

Il 20 ottobre 1854 nasce Arthur Rimbaud, ma non è l’avvenimento più importante della sua vita.

Africa – 1891

Il sole infuoca un sentiero nel deserto, dove solo una manciata di uomini possono sopravvivere, trascinando al seguito cammelli e merci. Una carovana silenziosa questa volta trascina una barella, anch’essa arsa dal sole. Un uomo bianco, consumato, anche se per alcuni tratti si può riconoscere qualche segno della gioventù. E’ Arthur Rimbaud. Gli occhi incrostati, le labbra secche e riarse. La gamba innaturalmente gonfia. L’ultima duna sembra una montagna. I cammelli stessi fanno fatica. Giunti alla vetta uno spettacolo, portatore di vita, si spiega sotto gli occhi dell’uomo. Il mare, una nave. L’uomo sviene. Un lungo viaggio in nave. La febbre lo consuma. Non lo fa mangiare. Non lo fa dormire, lì buttato su una branda in un angolo , immobile. Una brezza si leva, annuncia una città. L’odore di una patria sconosciuta. Marsiglia. Un ospedale. Una gamba amputata. Una figura di donna si staglia davanti la vista offuscata, immobile, severa. E’ sua madre. Arthur richiude gli occhi. Le dice qualcosa che risulta incomprensibile.

Forse un delirio, forse un verso, l’ultimo.

“Allorché, per decreto delle potenze supreme,/ Il Poeta appare in questo mondo attediato,/ Sua madre impaurita e carica di maledizioni,/ Stringe i pugni verso Dio che l’accoglie pietoso:/ “Ah, perché non ho partorito un groviglio di vipere, /Piuttosto che nutrire questa cosa derisoria?/ … Farò ricadere il tuo odio che m’opprime/ Sullo strumento maledetto della tua cattiveria,/ torcerò così bene quest’albero miserabile,/ che esso non potrà innalzare i suoi germogli impestati”.

Charles Baudelaire. “Benedizione” – I fiori del male

Questi versi, probabilmente, Paul Verlaine ha in mente per il titolo della sua nuova raccolta di poesie. Un titolo che avrà una fortuna incredibile, che avrà il potere di designare un’autentica rivoluzione in letteratura. I poeti maledetti. Artisti al di sopra di ogni valore, incompresi dalla società borghese, reietti, trovano rifugio in una visione che alteri una realtà e una vita, per loro, insopportabile. Verlaine pensa ai suoi amici, grandi poeti come lui: Tristan Corbière, Stephane Mallarmé, e dove nell’immaginario collettivo confluiranno tanti altri scrtittori e artisti coevi e successivi, come Edgar Allan Poe. Ma Verlaine pensa soprattutto ad Arthur Rimbaud, l’amato, l’odiato angelo del suo inferno personale.  Un incontro, il loro, fatale.

E’ il 1871

Paul Verlaine è già un poeta abbastanza conosciuto nell’ambiente culturale parigino. Un ambiente sconvolto dai tumulti della guerra contro la Prussia, la conseguente caduta di Napoleone III, la Comune di Parigi e la proclamazione della Repubblica. In arte questo clima di agitazione si manifesta in una nuova visione del mondo, l’attenzione dell’arte si sposta gradualmente dai temi consueti e procede a tentativi, secondo una via più sperimentale. In poesia il primo “profeta” di questo atteggiamento è Charles Baudelaire, caposcuola di tutti coloro che scriveranno poesia dopo di lui.

Verlaine compreso. Il suo impegno è tutto teso alla ricerca di questa nuova poesia, lontana dalla visione del mondo mediocre borghese, di cui egli stesso era vittima. Un giorno riceve una lettera di raccomandazione da un amico letterato, che gli allega una poesia di un certo Arthur Rimbaud. In quella poesia Verlaine trova tutto quello che sentiva gli stesse mancando in poesia. Riconosce non solo la parità, ma la superiorità poetica.  Vede in lui non solo il Genio, ma, quasi, il Messia della nuova poesia. E’ impaziente di conoscerlo e sentire le sue idee. Lo invita a Parigi. Immaginate lo stupore del poeta quando, alla stazione, si trova davanti un ragazzino di 16 anni!

Gli abiti volutamente trasandati, la pipa in mano. I capelli biondi arruffati e lo sguardo duro e di ghiaccio. Così il fotografo Carjat ce lo mostra in un paio di ritratti. Fino a qualche mese prima lo potevamo trovare seduto a un caffè di un paese sperduto delle Ardenne a offrire la sua “acuta conversazione” agli avventori in cambio di birra e tabacco. Ora uno dei più grandi poeti del tempo gli offre la sua ospitalità, l’alloro e l’appellativo di più grande poeta del tempo.

E lo è.

La produzione poetica di Arthur Rimbaud si esaurisce in soli tre anni, durante i quali teorizza una nuova poetica che sarà spartiacque nel mondo della letteratura. Verlaine ha ipotizzato e teorizzato il nuovo Con Rimbaud la poesia non sarà mai più la stessa. Si riparte da zero. Con due opere fondamentali.  Punto di inizio e arrivo di tutta la sua opera, bruciando ogni tappa.

Il battello ebbro 1871

Un battello vaga libero, senza padrone, senza equipaggio, senza meta, lungo il libero fiume d’America diretto inconsapevolmente verso il mare. Così lontano dalle rotte abituali, il battello deriva, ma arriva a una conclusione naturale. Non è la meta l’importante, perché l’obiettivo è sconosciuto -molti traducono inconnu ignoto, a voi la valenza semantica-. L’importante è ciò che il battello vede: luoghi, situazioni straordinari, ai paradossi del reale.  Chiara l’autobiografia, chiari gli intenti. La ricerca di sé ha dato un nuovo metodo alla poesia. Il ribelle ha capito cosa deve fare e lascia il posto al Veggente. Il terremoto lascia il posto al Nuovo Ordine del Caos, perché proprio con la definizione di Poeta Veggente, la rivoluzione si compie.

La Lettera del Veggente 1871

Anticipando la sua rivoluzione poetica, personale, prima che di altri, in una lettera al suo antico maestro di retorica al liceo, e amico George Izambard, e formalizzandola nella famosa lettera indirizzata a Paul Demeny chiamata Lettera del Veggente, Arthur Rimbaud dona al mondo il manifesto d’avanguardia della poesia moderna. Cominciando dalla figura stessa del poeta. Deve farsi Veggente, profeta, deve vedere quello che gli altri non vedono, scoprire, mondi, realtà invisibili alla coscienza comune, riprendendo il tema toccato ne Il battello ebbro, di pochissimo contemporaneo.

Il Poeta deve sperimentare su di sé “tutte le forme d’amore, di sofferenza, di follia”, per conservarne solo la quintessenza, la purezza.  Solo così riesce a trovare se stesso. Anche a costo di diventare agli occhi di tutti “il grande malato, il grande criminale, il grande maledetto”.  Una ricerca che porta all’ignoto, da raggiungere a qualsiasi costo. Non importa se il poeta nel frattempo perde il controllo, “l’intelligenza delle sue visioni. Le avrà pur sempre viste!”. E può raggiungere questo solo con la distruzione dei propri sensi, per arrivare a una lingua che “che sia dell’anima per l’anima”, liberata da tutte le strutture. Ci si può arrivare solo perdendo le proprie strutture, attraverso una “immensa e sragionata sregolatezza”, finalmente libera dalla retorica e dalla morale borghese.

Ed egli la compie.

In primis, nelle sue opere. Tutta la sua produzione successiva tende a questo proposito, all’abbattimento di tutte le forme precedenti, personali e altrui. Baudelaire stesso viene da lui giudicato come primo veggente, ma alterato da un’ambiente troppo artistico. La sua visione del mondo è un esempio, ma ha bisogno di forme nuove. Di libertà letteraria. Ma anche morale e sociale.  Di questo periodo è la relazione con Paul Verlaine, che perde famiglia e posizione, gli eccessi di alcool e droghe. I vagabondaggi dei due in giro per l’Europa. Le gelosie, che culmineranno nei due colpi di pistola che Verlaine, ossessionato e desideroso allo stesso tempo di liberarsi di questo pesante “demone”, gli spara in Belgio. Verlaine passerà a seguito di questo episodio due anni in carcere con l’accusa di sodomia.  Quando nel 1873 scrive Una stagione all’inferno Arthur Rimbaudha abbattuto tutti i limiti e le barriere.  

Arthur Rimbaud e Paul Verlaine

Poi il nulla

Arthur Rimbaud, letteralmente e letterariamente sparisce dalle scene. Non pubblica nulla, né tantomeno scrive, a parte le lettere alla famiglia. D’altronde dopo lo scandalo di Bruxelles tutti i vecchi amici gli hanno voltato le spalle. Vaga qua e là per un paio d’anni, quando nel 1876 si imbarca per l’Africa, dove con varie fortune si impegna nel commercio, di pelli, di armi, di uomini. Intanto la sua fama e il suo “mito” negli ambienti intellettuali di tutta Europa cresce. Forse a sua insaputa. Forse a suo discapito. Sappiamo che egli abbandona la poesia, come se avesse assolto ad un compito che gli era stato assegnato alla nascita, e sostenuto per il tempo necessario a cambiare il mondo della letteratura.

Lo troviamo nella sua stanza, a Marsiglia, luogo natìo tanto odiato, ma anche tanto amato, straziato dalla malattia. Al suo capezzale solo la sorella minore, Isabelle che legge per lui. Durante la lettura di un libro le capita di leggere un verso. Arthur storce la bocca, in segno di orrore. Muore a Marsiglia, il 10 novembre 1891, a 37 anni.

Il suo mito, invece è maledetto. Ma immortale.


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