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Arriva la quarta autocertificazione: qual è la percezione degli italiani?

Scritto da il 29 Marzo 2020

Durante la lettura si consiglia l’ascolto del brano “Remedy – Adele”.

Siamo a quattro. Il 27 marzo è stata diffusa la quarta declinazione del documento di autocertificazione, che permette ad ognuno di uscire di casa solo per comprovate motivazioni di lavoro, assoluta urgenza, salute o altre necessità (come l’acquisto di beni alimentari o medicine) che limitino al minimo gli spostamenti, sempre nel rispetto delle norme di sicurezza.

Il primo modello, da stampare ed esibire alle forze dell’ordine in caso di controllo, era stato diffuso il 10 marzo e poi modificato due volte, con l’importante aggiunta dell’obbligo di dichiarare la non positività al coronavirus e di non essere sottoposti alla misura della quarantena.

Dunque ecco arrivare il quarto modulo. Il testo si adegua al nuovo decreto dell’esecutivo, che ha introdotto ulteriori misure in materia di contenimento e gestione dell’emergenza. Sono state aggiunte le voci della regione di residenza e quella in cui eventualmente ci si vuole spostare. Inoltre tutti coloro che non rispetteranno le regole verranno puniti con sanzioni che vanno dai 200 ai 5 mila euro e che possono arrivare anche all’arresto dai 3 ai 18 mesi.

L’obiettivo è chiaro: contrastare ulteriormente i dissidenti che volontariamente non rispettano le restrizioni e mandare un segnale deciso a chi ancora non ha compreso la gravità della situazione.

Ma questi provvedimenti che effetto hanno avuto sulla personalissima percezione del singolo?

A questo proposito la pagina Facebook “Non è Successo Niente” ha pubblicato un dialogo di fantasia che, a mio parere, offre interessanti spunti. Più che un dialogo lo definirei un sagace e ironico monologo interiore di un uomo che si appresta ad uscire e si interroga di fronte ai quesiti del nuovo modulo, “il modulo sicuro”, che non fa che “domandargli” se è sicuro di voler mettere piede fuori di casa.

Chiunque si trovi in questa situazione di emergenza è già di per sé sottoposto a un forte stress psicologico e il continuo riformulare i termini e le misure di movimento da parte delle autorità, per la prima volta costretti a fronteggiare una pandemia globale, di certo non è di aiuto.

È come se fossimo tutti in uno stato di attesa costante, che non fa che aumentare le nostre ansie e insicurezze. Attesa del bollettino ogni sera alle 18, attesa delle edizioni straordinarie o delle conferenze stampa trasmesse in tv, attesa di capire cosa fare, o meglio, cosa non fare nella speranza che tutto andrà per il meglio, sempre se così si può dire.

Allo stesso modo l’infittirsi, all’interno dei moduli di autocertificazione, di specifiche voci da compilare, non fa che accrescere questa sensazione di inquietudine: è come essere messi sotto interrogatorio. Il gran numero di denunce effettuate da parte delle forze dell’ordine nei confronti dei cosiddetti furbetti hanno dimostrato che puntare sul senso civico di ognuno è stato efficacie, ma fino a un certo punto, perciò perché non puntare alla vulnerabilità di ognuno? “Dove vai? Cosa fai? Ma è strettamente necessario? Ne sei davvero sicuro?” sono solo alcune delle domande che incalzano ogni italiano nel momento in cui si trova uscire di casa. Questi interrogativi parlano chiaro: l’unico luogo sicuro è proprio l’abitazione in cui ognuno di noi si trova.

Sarà stato questo l’effetto sperato? Chissà che non stimoli ogni cittadino a porsi ulteriori domande, magari personali o addirittura esistenziali, come è successo a Nicolò, protagonista del dialogo immaginario sopra citato, e che non porti a riformulare le priorità di ciascuno di noi?


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