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25 anni fa volava nel blu Domenico Modugno

Scritto da il 6 Agosto 2019

“Penso che un sogno così non ritorni mai più” cantava Domenico Modugno nel ’58, un sogno che incantò l’Italia e lo fece volare all’estero in quel cielo dipinto di blu, dove spiegò le ali verso un successo senza precedenti per un artista italiano.

Oltre ai riconoscimenti in Italia (quell’anno vinse il festival di Sanremo), fu nel ’59 che ottenne il prestigio internazionale vincendo tre Grammy Award per il disco dell’anno, la canzone dell’anno e l’interprete dell’anno: il brano fu tradotto in tutte le lingue. Inoltre rimase ben cinque settimane al primo posto della classifica billboard per il singolo più venduto negli Stati Uniti, senza contare che nel corso di una tournée gli furono offerte le chiavi di Washington e la stella di sceriffo di Atlantic City.

Intanto in Italia continuava a collezionare prime posizioni al festival, che lo portarono a vincerne ben quattro edizioni (quella già citata nel ’58, nel ’59 con Piove, nel ’62 con Addio…Addio…e nel ’66 con Dio, come ti amo).

Tra le sue grandi passioni c’era anche la recitazione (fu allievo al centro sperimentale di cinematografia), tanto da debuttare come protagonista nella commedia musicale Rinaldo in campo, di cui compose anche le musiche, poi sotto la regia di Giorgio Prosperi interpretò Liolà, di Luigi Pirandello. Lo troviamo nei panni di Mackie Messer nell’Opera da tre soldi di Brecht. Tornò poi alla commedia musicale con il personaggio di Cyrano, tratto da Cyrano de Bergerac.

Un’altra passione fu la poesia, che con doti magistrali riuscì a musicare. Per Quasimodo interpretò le Morte chitarre e Ora che sale il giorno, mentre per Pasolini musicò Che cosa sono le nuvole, che cantò nel film Capriccio all’italiana.

La sua dolce voce si spense soli 66 anni (1994). Veniva strappato all’Italia l’uomo che aveva portato la sua musica oltreoceano, che aveva cantato di un’Italia pronta a volare, sebbene ancora la ferita della guerra fosse aperta. Un popolo che sognava, sognava in grande, come Domenico, che di sogni ne ha avverati e ha fatto della musica italiana poesia, dolce culla per gli amanti di melodie soavi e parole sincere, da cantare a pieni polmoni, oppure da sussurrare, da dedicare come augurio di felicità, nella speranza sempre attaccata al sorriso genuino con il quale venivano interpretate le canzoni, gli occhi socchiusi per vedere oltre, immaginare di volare sempre di più e spiegare le braccia verso l’infinito.


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