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Da due punti ad un volto

Scritto da il 11 Aprile 2019

Anche le emoji sono questione di cervello!

La prima ‘emoticon‘ nacque nel 1982, quando l’ingegnere informatico Scott Fahlman inserì in un messaggio il simbolo : – )

Di lì a poco, l’uso combinato di trattini, punti e parentesi divenne sempre più diffuso, fino a costituire un vero e proprio nuovo linguaggio capace di caratterizzare la comunicazione con quegli elementi emotivi ed extra verbali che spesso si perdono attraverso la scrittura.
Facendo un esempio, guardate come cambia il significato di questa stessa parola:
– Ok 😉
– Ok 😣
– Ok 😡

Ma come fa il nostro cervello, a partire da un insieme di simboli, a ricostruire un volto e, di conseguenza, un’emozione?
Tutto avviene grazie ad un bias cognitivo che prende il nome di pareidolia e che si attiva quando siamo di fronte a degli stimoli casuali (ad esempio lo smile : – ) ), facendoci riconoscere in essi determinati pattern (in questo caso, la forma di un viso sorridente).

Il nostro cervello, infatti, cerca sempre di semplificare il mondo che ci circonda e, anziché rilevare un insieme senza senso di simboli e contorni, preferisce percepire delle forme ordinate e familiari.
Quindi, la prossima volta che scorgerete una sagoma nei fondi di caffè, sappiate che è solo uno scherzo della vostra mente!

Di Andrea Valitutti


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