Supporti informatici poco convenzionali

Scritto da il 16 Dicembre 2019

Come le informazioni posso entrare a far parte della struttura stessa di un oggetto

Durante la lettura dell’articolo si consiglia l’ascolto del brano: “Unfound – Promenade”

Il nostro modo di incamerare e fissare informazioni per strapparle all’oblio del tempo ha avuto un lunga storia di migliorie, debolezze, errori ed idee geniali: nel 3000 a.C. circa inventavamo la scrittura cuneiforme, nel 400 a.C. producevamo le prime forme di carta in Cina, nel 1455 la stampa moderna di Gutemberg, ed infine agli inizi del secolo scorso il gettavamo le basi della crittografia moderna con la Macchina di Turing, fondamento teorico di ogni moderno sistema programmabile che usa il codice binario. Tutto fino ad oggi, con l’introduzione di un nuovo “contenitore” informatico assolutamente incredibile.

Pochi giorni fa, infatti, alcuni ricercatori della Scuola Politecnica Federale di Zurigo (la ETH Zürich, che ha dimostrato la capacità di sviluppare studi d’avanguardia nel campo delle biotecnologie), tra cui Julian Koch, Silvan Gantenbein e Kunal Masania, hanno lanciato il progetto DoT (DNA of Things): una tecnologia che permette di codificare e conservare pacchetti di informazioni che possono andare da codici bancari a contenuti multimediali secondo il codice a 4 basi del DNA. Ottenute in vitro le sequenze di genoma tradotto, si procede poi all’incapsulamento in nano “perline” di silicio, che forniscono al codice genetico la resistenza necessaria alla sua conservazione: le capsule possono essere poi disperse in vari materiali che possono essere usati per stampare tridimensionalmente oggetti di ogni tipo, in modo da rendere piccoli solidi, anche plastici, in grado di fornire con solo una scheggia di 10 mg anche 14.000 copie del messaggio contenuto. I ricercatori hanno anche testato la scalabilità della tecnologia infondendo in un coniglietto creato con una stampante le informazioni necessarie per descrivere il modello 3d di se stesso, o anche infondendo un video del peso di 1.4 MB nel plexiglass delle lenti di un paio di occhiali per poi recuperarlo prelevando un campione da questo.

Il progetto, anche grazie alla velocità con cui un messaggio può essere inserito, prelevato e letto, si pensa potrà avere applicazioni pratiche in futuro per l’immagazzinamento di informazioni di carattere clinico sul paziente in impianti medici come protesi e pacemaker. O addirittura, spingendosi all’estremo con lo sguardo, fornire la possibilità di dare vita a macchine auto-replicanti.

Riuscite ad immaginare un mondo dove appena incidendo o magari addirittura solo toccando un oggetto saremo in grado di accedere a tutte le sue informazioni?


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