Istruzione: importare il modello Finlandia in Italia è innovazione o utopia?

Scritto da il 8 Gennaio 2020

Durante la lettura si consiglia l’ascolto del brano: “Outnumbered – Dermot Kennedy“.

Si era già fatto accenno al sistema scolastico finlandese, ma cosa c’è alla base del successo del metodo più premiato d’Europa?

Innanzitutto fino a quarant’anni fa la scuola finlandese era tutt’altro che brillante: il sistema scolastico era mediocre, modellato come quello tedesco (allora della Repubblica Federale di Germania): costituito da una breve scuola primaria alla fine della quale in pochi andavano al liceo-ginnasio, mentre la maggioranza andava a lavorare e una minoranza riceveva una formazione professionale semplice di un paio d’anni. Inoltre il sistema non era molto diverso da quello italiano per via della bassa percentuale di laureati e della vasta fetta di popolazione che possedeva solo una licenza elementare. Negli anni ‘20 in Italia l’istruzione primaria universale non era ancora generale e la proporzione degli analfabeti nella popolazione adulta era elevata. Dal punto di vista economico e dello stile di vita dei suoi abitanti la Finlandia era un paese povero come l’Italia.

Così, nel secondo dopoguerra, il governo finlandese decise di puntare tutto su un efficiente apparato di istruzione per risollevare l’economia del paese fino a portarlo agli standard del ricchissimo stato che conosciamo oggi. Nel 1972 entrò in vigore la riforma che rivoluzionò la scuola nazionale con l’introduzione del modello scandinavo, cioè un piano di istruzione a due livelli: una scuola di base unica di nove anni e un insegnamento secondario superiore di soli tre anni. Dopo l’iniziale accettazione di un modello ibrido che prevedeva gruppi omogenei per abilità d’apprendimento alla fine della scuola di base, dagli anni ‘80 la scuola di base, che inizia a sette anni e finisce a 16, si è affermata definitivamente come unica e uguale per tutti.

La riforma iniziò nel Nord della Finlandia e fu via via estesa a tutto il paese, fino alla creazione delle ultime scuole uniche nel 1977, attraverso una strategia graduale di cambiamento che qualche anno dopo ispirò anche la Spagna. 

L’indagine del PISA (Programme for International Student Assessment), a seguito di alcuni test internazionali in svariati ambiti, ha rivelato che nel 2000 i quindicenni finlandesi erano tra i più brillanti e, dato ancor più significativo, i punteggi dei quindicenni meno bravi erano spesso superiori alla media dei punteggi dei loro coetanei più bravi in altri sistemi scolastici.

Il sistema scolastico finlandese non prevede test. C’è solo un esame finale al termine della scuola superiore e non ci sono graduatorie, confronti o competizioni tra studenti, scuole o regioni perché ogni istituto ha gli stessi obiettivi nazionali che vengono perseguiti da educatori con una formazione universitaria alle spalle. Dunque c’è una buona probabilità che gli studenti provenienti da qualunque zona più o meno sviluppata del paese possano ricevere un’istruzione di pari qualità. Inoltre la scuola materna non è obbligatoria e dura solo un anno (per i bambini dai sei ai sette anni).

I segreti di tale successo sono dunque la gradualità della sua formulazione (preparata da tre commissioni parlamentari, la prima convocata nel 1945) e della sua successiva applicazione, insieme all’impiego di poche risorse: una vera e propria riforma a costo zero dal punto di vista finanziario. Ma i fattori ancora più decisivi del suo continuo funzionamento sono insegnanti competenti scrupolosamente selezionati e pronti ad assecondare eventuali innovazioni, il consenso di tutto il ventaglio politico, ma soprattutto la fiducia della popolazione: tutti elementi a cui si può dire che, per ora, l’Italia non può che ambire e su cui dovrebbe lavorare concretamente. È questa la linea a cui si era dichiarato vicino l’ormai ex-ministro dell’Istruzione Lorenzo Fioramonti:

Ho studiato il modello Finlandia per innovare il modo di insegnare. Ho aperto tavoli sul tema dell’innovazione nel modo di insegnare, un modello di riferimento è la Finlandia dove hanno ridotto l’orario scolastico e usano le nuove tecnologie per fare insegnamenti trasversali, con l’uso di linguaggi più semplici e accessibili, un modo divertente e accattivante per avvicinare gli studenti alle materie più ostiche.

Lorenzo Fioramonti

Tuttavia l’Italia continua a presentare uno dei livelli di spesa per l’istruzione più bassi tra i Paesi dell’Ocse, compresa la scarsa attenzione negli investimenti rivolta al livello di prescolarizzazione. Quali sono le conseguenze? Accanto a una scarsa percentuale di laureati e a una crescita della proporzione di abbandono degli studi c’è l’inevitabile dilagare di sfiducia e scarsa considerazione nei confronti di quella che dovrebbe essere l’istituzione motrice di uno stato.

Al contrario in Finlandia la professione d’insegnante è ritenuta una professione prestigiosa: la formazione dei nuovi educati è accompagnata dalla centralità della ricerca scientifica, come succede per medici e farmacisti, mentre la vecchia generazione di insegnanti, con una formazione artigianale, è ormai andata in pensione. Gli stipendi di questi professionisti non sono affatto eccelsi: non è necessario aumentare gli stipendi o distribuire premi per gratificare i migliori. Gli insegnanti fruiscono di un’ampia autonomia didattica, sono aggiornati e consapevoli di quel che fanno ed evolvono nella pratica senza ripetere per anni le stesse lezioni.

Pertanto la popolazione ha fiducia negli insegnanti in quanto specialisti in grado di riconoscere ciò di cui ha bisogno un bambino per apprendere e progredire; i migliori studenti aspirano a diventare insegnanti. Il sistema finlandese funziona solo sulla base della fiducia reciproca tra docenti, studenti, famiglie e autorità.

Potremmo fare discorsi sulle differenze culturali e politiche tra i due paesi, ma la verità è che questa diversità di fondo è tutt’altro che incolmabile e che per seguire il modello Finlandia serve lo stesso atto di coraggio che il parlamento finlandese ebbe nel 1963: puntare sulla scuola per rilanciare l’economia.

Voi che ne pensate? Potenziare la scuola si può considerare la svolta necessaria per il nostro paese?


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