Charlot e la comicità tragica della vita.

Parlare di Charlie Chaplin significa parlare di uno dei più grandi artisti di tutto il novecento, autore di opere di grande successo tra il pubblico e ammirate da intere generazioni di registi in tutto il mondo. La sua attività si concentra quasi tutta nella prima metà del secolo, dal periodo d’oro del cinema muto fino ai primi trent’anni di quello sonoro. Fu un artista a trecentosessanta gradi: oltre a dirigere, scrivere e interpretare i suoi film compose personalmente le colonne sonore di tutti i suoi lungometraggi e di alcuni suoi corti; non dimenticando poi le sue prestazioni canore in Il Circo (1928) e Tempi Moderni (1936). In tutta la filmografia di Chaplin, fatte poche eccezioni, è protagonista la figura, ovviamente interpretata da Chaplin stesso, di Charlot (“The Tramp” in inglese): il vagabondo con bombetta e bastone che lo rese un’icona fin dai sui primi cortometraggi, tra i quali vale la pena citare Vita da Cani (1918) come opera rappresentativa. Con questi Chaplin spiana poi il campo al riconoscimento mondiale delle sue opere: dal primo lungometraggio Il Monello (1921), fino ai celebri capolavori come La Febbre dell’Oro (1925), Luci della Città (1931), il già citato Tempi Moderni e Il Grande Dittatore (1940), il suo primo film sonoro a tutti gli effetti.

Prima di passare a trattare più approfonditamente i temi e i tratti distintivi del cinema di questo regista, per rendere comprensibile in maniera più intuitiva le dinamiche, i modi e gli elementi già citati, è bene entrare nel mondo di Charlot ricapitolando qui la trama e i momenti più interessanti di un film particolare, nonché uno dei più celebri e amati dal pubblico

“Un film che vi farà ridere e, forse, anche piangere”: dai titoli di testa de Il Monello.

Il Monello (in lingua originale The Kid), realizzato nel 1921, è il primo lungometraggio di Charlie Chaplin. La trama è di per sé molto semplice. Una giovane donna abbandona suo figlio appena nato, non potendolo mantenere, in una macchina di lusso, sperando così di averlo affidato in buone mani. Tra le coperte nelle quali è avvolto l’infante c’è anche un biglietto che invita a prendersi cura di lui. La macchina viene poi rubata e fortuitamente l’orfanello viene a trovarsi nelle mani di Charlot, questo vagabondo un po’ trasandato, che lo accudirà e crescerà. Passano 5 anni e i due sopravvivono lavorando insieme per guadagnarsi da vivere: il piccolo rompe le finestre lanciando sassi e Charlot si fa pagare per ripararle. Un giorno il monello si ammalerà e il dottore chiamato per visitarlo, scoperto che Charlot non è il vero padre, decide di contattare l’orfanotrofio. Poco tempo dopo arrivano quindi degli uomini incaricati di prelevare il bambino con la forza. Dopo una scena di fortissima intensità emotiva, i due riescono a fuggire insieme, ma solo per poco: il bambino verrà preso dalla polizia quella stessa notte. Nel frattempo la madre ha fatto carriera nel mondo dello spettacolo e non ha più problemi economici. Casualmente viene a sapere del biglietto lasciato tra le coperte dell’orfanello e riconosce che si tratta proprio di suo figlio; così riesce a ritrovare il suo bambino che era stato da poco portato via dalla polizia. Charlot intanto, disperato, si addormenta sulla soglia della sua umile abitazione e comincia a sognare. Qui si ha una delle sequenze più significative della pellicola: un sogno allegorico o simbolico. Viene mostrata una città di angeli dove regna la pace e la serenità. Improvvisamente, come una terribile fatalità, si insinua di nascosto il vizio che corrompe gradualmente le forme angeliche che abitano il luogo. Queste incominciano così a provare odio, invidia e rabbia, gettando la città in un caos insostenibile finché Charlot non viene improvvisamente svegliato da un poliziotto. Questo lo trascina con se nella sua macchina e lo porta davanti alla soglia di un’abitazione. Ad aprire la porta saranno una signorina e il piccolo monello, il quale si lancia subito su Charlot per un abbraccio.

“Attraverso la comicità vediamo l’irrazionale in ciò che ci sembra razionale; il folle in ciò che ci sembra sensato; l’insignificante in ciò che sembra pieno di importanza. Essa ci aiuta anche a sopravvivere preservando il nostro equilibrio mentale. Grazie all’umorismo siamo meno schiacciati dalle vicissitudini della vita. Esso attiva il nostro senso delle proporzioni e ci insegna che in un eccesso di serietà si annida sempre l’assurdo.”: Charlie Chaplin.

Chaplin è un autore umanitarista: c’è una profonda compassione per la condizione umana e la sua inevitabile tragica comicità nelle sue opere, ed è proprio questo l’aspetto sotto il quale viene da lui rappresentata la vita. La sua maschera, Charlot, personifica questo tragicomico, ed è oggi parte della memoria collettiva mondiale come simbolo degli oppressi e degli emarginati.
Il cinema di Chaplin è essenzialmente universale: la sua più grande forza sta nell’aver adottato un linguaggio semplice che va a suscitare una vastità di emozioni che vanno dal riso al pianto. Non c’è spazio per nessun tipo di intellettualismo in un cinema del genere. Anche la comicità dei suoi film si basa su un linguaggio elementare, quello cioè del corpo, i cui movimenti e gesti vengono enfatizzati ed esagerati creando effetti genuinamente esilaranti. Chaplin è infatti uno dei principali esponenti della commedia slapstick, le cui gag si basano proprio sugli elementi sopracitati. La colonna sonora, in modo particolare nei suoi film muti, compie un grandissimo lavoro: deve infatti sopperire alla mancanza del sonoro, dando espressione ad ogni scena, per esempio facendosi buffa durante le gag o triste nei momenti drammatici. In questo, le composizioni di Chaplin sono dotate di uno straordinario dinamismo ed emotività; per fare qualche esempio: la vivacità delle musiche per le gag che ricalcano egregiamente l’azione, oppure la crescente drammaticità della musica che accompagna la separazione tra Charlot e il monello.
La realtà rappresentata nelle sue pellicole è quella dei vagabondi e degli oppressi che lottano ogni giorno per vivere almeno il prossimo; viene mostrata qui l’altra faccia del sogno americano: la povertà e la miseria. Paradossalmente, è da questa condizione precaria che nascono e crescono i valori umani, è qui che l’umanità manifesta sé stessa, il suo grande calore e la sua grandezza, proprio come il famosissimo discorso finale di Charlot nel Grande Dittatore, che altro non è che un elogio alla vita, nasce esattamente delle disumane condizioni della guerra.

“La vita è una tragedia in primo piano, ma una commedia in campo lungo.”: Charlie Chaplin

Come intuibile dalla trattazione precedente, Chaplin è un estremo critico del sogno americano: oltre ad averne mostrato il risvolto, cioè quella lotta di tutti contro tutti per acquisire almeno una piccola fetta di ricchezza, ne mette in discussione il perseguimento stesso. È sì vero che i suoi personaggi, dopotutto, sembrano lottare per un interesse e per realizzare il proprio benessere, ma questo benessere non è mai solo materiale ed economico, bensì anche umano e affettivo; infatti qualora questo risultasse vuoto della dimensione morale, diventando mero possesso economico, si svuoterebbe del suo valore. Ne è l’esempio più efficace il milionario in Luci della città che, divorziato dalla moglie, viene salvato da Charlot mentre tenta di suicidarsi buttandosi nel fiume insieme a un macigno.

Tirando le somme e azzardando una lettura approssimativa, quello che Chaplin forse intende dire è che ciò che ci rende umani e ci realizza in quanto tali è la nostra componente emotiva: compassione, amore, generosità, coraggio, solidarietà etc. Tornando al sogno americano: la ricchezza, per portare al raggiungimento di una reale felicità, deve essere assiologicamente orientata verso questi valori. Senza saremmo privati della nostra essenza e umanità, e tutto il resto perderebbe istantaneamente di significato.